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L'appuntamento.
O uomo sfortunato e misterioso! Stordito dall'eccessiva radiosita' della
tua stessa immaginazione, impigliato nell'ardore della tua stessa
giovinezza! Con gli occhi della fantasia io ancora ti contemplo! Una
volta ancora la tua immagine si e' levata dinanzi a me! Non, oh, non
quale tu sei, nella fredda valle e nell'ombra, ma quale tu DOVRESTI
ESSERE, intento a sperperare un'esistenza di splendida meditazione in
quella citta' di vaghe visioni, in quella tua Venezia, Campo Elisio dei
mari sotto la protezione delle stelle, dove le ampie finestre dei palazzi
palladiani guardano con profondo amaro compatimento entro i segreti delle
sue acque silenziose. Si! lo ripeto: quale tu DOVRESTI ESSERE. Esistono
sicuramente altri mondi oltre questo, altri pensieri oltre ai pensieri
della moltitudine, altre riflessioni oltre le riflessioni del filosofo.
Chi dunque portera' in causa la tua condotta? Chi ti biasimera' per le
tue ore visionarie, o accusera' quelle occupazioni come un disperdimento
di vita, mentre altro non furono che il traboccare delle tue inesauste
energie?
Fu a Venezia, sotto l'arco coperto detto "Ponte dei Sospiri", che
incontrai per la terza o la quarta volta la persona di cui mi accingo a
parlare. E' attraverso un ricordo confuso che io cerco di fissare nella
mente le circostanze di quest'incontro. E tuttavia rammento, e come
potrei essermene dimenticato? la cupezza della mezzanotte, il Ponte dei
Sospiri, la bellezza della donna e il Genio dell'Avventura che si
aggirava lungo l'angusto canale.
Era una notte insolitamente buia. Al grande Orologio della Piazza era
scoccata la quinta ora della sera italiana. Tutto attorno al Campanile
era silenzio e abbandono, e le luci dell'antico Palazzo Ducale stavano
smorendo rapidamente. Io rincasavo dalla Piazzetta, attraverso il Canal
Grande, ma proprio mentre la mia gondola giungeva di fronte all'imbocco
del Canale di San Marco una voce femminile proveniente dai suoi meandri
lacero' all'improvviso l'immobilita' della notte, protraendosi in un
unico forsennato, isterico, continuato urlo. Colpito da quel grido,
balzai in piedi, mentre al gondoliere sfuggiva di mano l'unico remo che
si perdeva nelle picee tenebre senza alcuna possibilita' di recupero,
cosicche' noi venimmo a trovarci in balia della corrente che in quel
punto irrompe dal canale maggiore in quello minore. Simile a un immenso
condor dalle ali abbrunate la gondola aveva preso a scarrocciare
lentamente verso il Ponte dei Sospiri, allorche' piu' di mille torce
risplendettero alle finestre e lungo le scalee del Palazzo Ducale,
tramutando a un tratto la profonda oscurita' in un giorno innaturalmente
fulgido.
Un fanciullo era sfuggito dalle braccia della propria madre, ed era
caduto, da una finestra superiore della superba costruzione, entro le
cupe fonde acque del canale. Questo si era rinchiuso placidamente sulla
propria vittima, e per quanto la mia gondola fosse la sola in vista, piu'
di un vigoroso nuotatore si era gia' tuffato a perlustrare invano la
superficie in cerca del tesoro che ahime' non poteva essere ritrovato che
entro l'abisso. Sulle larghe beole di marmo nero, presso l'entrata del
palazzo, di pochi gradini al di sopra del pelo dell'acqua, sostava una
figura che nessuno che l'avesse veduta una volta poteva piu' dimenticare.
Era la marchesa Afrodite, l'infatuazione di tutta Venezia, la piu' gaia
delle gaie, la piu' bella delle belle, la giovane moglie del vecchio e
misterioso Mentoni, e madre di quella tenera creatura, suo primo ed unico
figlio, che ora giaceva entro l'acqua torbida e certo doveva ripensare
con amara disperazione alle dolci carezze di lei, consumando la propria
piccola vita nel vano tentativo di pronunciare il suo nome.
La donna era sola. I suoi minuscoli e argentei piedi nudi risplendevano
nel nero specchio marmoreo sotto le sue piante. I capelli, non ancora del
tutto liberati per la notte dalla loro acconciatura da ballo, si
ammassavano, in mezzo a una cascata di diamanti, tutt'attorno alla
classica testa in riccioli simili a bocci del giacinto giovane. Un manto
niveo, trasparente, sembrava essere il solo indumento che coprisse le sue
forme delicate, ma l'aria estiva e notturna era afosa, pesante, immobile,
e nessun movimento della figura statuaria agitava sia pur lievemente le
pieghe di quella veste vaporosa che le si drappeggiava intorno, come il
pesante marmo si drappeggia intorno all'immagine della Niobe. Eppure,
strano a dirsi! i suoi grandi e luminosi occhi non erano volti in basso
su quella tomba che racchiudeva le sue piu' ardenti speranze; ma essi si
affissavano in direzione ben diversa! Le prigioni dell'Antica Repubblica
sono, io penso, la costruzione piu' imponente di tutta Venezia; ma come
poteva la dama guardarle con tanta fissita' mentre sotto di lei stava
soffocando la sua unica creatura? Laggiu' una nicchia buia, tetra si apre
sbadigliando proprio di fronte alla finestra della sua stanza; che cosa
vi POTEVA dunque essere tra le sue ombre, nella sua architettura, nel suo
fregio solenne incorniciato d'edera, di cui la marchesa di Mentoni gia'
non si fosse stupita mille volte prima? Sciocchezze! Chi non sa che in
momenti come quelli, l'occhio, simile a uno specchio infranto, moltiplica
le immagini del proprio dolore, vedendo in innumerevoli punti lontani
l'ambascia che e' invece tanto vicina?
Molti gradini piu' in su della marchesa, sotto l'arcata d'ingresso al
canale, era fermo, vestito in alta tenuta, il satiresco marchese di
Mentoni in persona. Al momento della disgrazia si trovava intento a
strimpellare una chitarra, e sembrava seccato dell'incidente, mentre a
intervalli impartiva istruzioni per il salvataggio del suo figliuolo.
Attonito, stupefatto, io non avevo sino a quel momento trovata la forza
di muovermi dalla posizione rigida ed eretta che avevo assunta non appena
udito il grido, e certo dovevo offrire agli occhi della folla agitata
uno spettacolo spettrale e pauroso, mentre, pallido in viso e inerte
nelle menbra, fiottavo tra essa in quella gondola funerea.
Tutti i tentativi riuscirono vani. Coloro che si erano mostrati energici
nelle ricerche cominciavano a perdere le forze e a cedere a un cupo
scoramento. Sembrava che non vi fosse ormai piu' speranza per il bambino
(ma quanto minore ancora per la madre!), quando, dall'interno di quella
nicchia di cui gia' ho parlato prima come facente parte dele prigioni
dell'Antica Repubblica e prospicente l'inferriata della finestra della
marchesa, avanzo' entro la zona della luce una figura avvolta in un
mantello, la quale, dopo aver sostato per un attimo sull'orlo della
vertiginosa discesa, si precipito' a capofitto entro il canale. Allorche'
un attimo dopo lo sconosciuto risali' a galla col fanciullo ancora vivo e
respirante tra le braccia e si fermo' sulle beole di marmo al lato della
marchesa, il suo mantello, fradicio d'acqua gocciolante, si slego', e
cadendo in pieghe pesanti ai suoi piedi rivelo' agli astanti ammutoliti
dalla meraviglia le forme aggraziate di un uomo giovanissimo, dell'eco
del cui nome risuonava in quel momento quasi tutta Europa.
Il salvatore non pronuncio' una sola parola: ma la marchesa! Ella sta per
accogliere il suo bimbo, se lo premera' al seno, si avvinghiera' al suo
corpicino, lo soffochera' di baci. Ahime', le braccia di UN ALTRO l'hanno
tolto allo straniero, le braccia di UN ALTRO l'hanno portato via, l'hanno
condotto lontano, nascostamente, entro il palazzo! E la marchesa! Il suo
labbro, il suo bellissimo labbro, trema; le lagrime si addensano nei suoi
occhi, in quegli occhi che come l'acanto di Plinio sono "morbidi e quasi
liquidi". Si'! le lagrime si addensano in quegli occhi; ed ecco! la donna
tutta vibra attraverso l'anima, e la statua e' nata alla vita! Il pallore
marmoreo del volto, il gonfiarsi del seno eburneo, la purezza stessa dei
candidi piedi, noi vediamo a un tratto invermigliati da un'onda
incontrollabile di rossore, e un lieve brivido pervade la delicata
figura, cosi' come a Napoli la dolce brezza vibra e trema negli opulenti
gigli d'argento che trapuntano l'erba.
Perche' mai ARROSSIVA la dama? A questa domanda non vi e' risposta;
senonche', avendo lasciato nella fretta ansiosa e nel terrore del suo
cuore di madre l'intimita' del proprio boudoir, ella si e' scordata
d'infilare i minuscoli piedi nelle babbucce e di avvolgere intorno alle
sue spalle veneziane il drappeggiamento che ad essa si addice. Quale
altra ragione potrebbe esservi di quel suo improvviso invermigliarsi? di
quel suo sguardo folgorante, implorante? dell'agitato tumulto di quel suo
pulsante petto? della stretta convulsa di quella sua mano tremante, di
quella mano che mentre Mentoni rientrava nel palazzo sfioro' casualmente
la mano dello straniero? Quale spiegazione poteva esservi per il tono
sommesso, stranamente sommesso, delle parole incomprensibili pronunciate
frettolosamente dalla signora nel dirgli addio? "Hai vinto", aveva detto
la donna, a meno che il murmure dell'acqua non mi avesse ingannato. "Hai
vinto. Un'ora dopo il levar del sole, noi ci incontreremo: cosi' sia!".
Il tumulto si era placato, le luci si erano spente entro il palazzo e lo
straniero che ora io avevo riconosciuto era rimasto solo sulle lastre di
marmo. Era scosso da un'agitazione incredibile, e il suo sguardo si
volgeva attorno in cerca di una gondola. Io non potevo che offrirgli la
mia, ed egli accetto' il mio gesto cortese. Dopo esserci fatti dare un
remo all'ingresso del canale, ci avviammo insieme verso la sua dimora,
dove ben presto egli ritorno' nel pieno possesso di se', e prese a
parlare della nostra precedente conoscenza superficiale in termini
apparentemente di grande cordialita'.
Vi sono alcuni argomenti in cui io mi compiaccio di essere minuzioso. La
personalita' dello straniero, permettetemi di chiamare con questo
appellativo colui che per il mondo intero era ancora uno sconosciuto, la
personalita' dello straniero e' uno di questi argomenti. Di statura era
piuttosto inferiore che superiore alla media normale, sebbene vi fossero
momenti di intensa passione in cui la sua persona letteralmente si
ALLUNGAVA smentendo quanto ho detto prima. La snella, quasi esile
simmetria del suo corpo faceva supporre piu' di quella pronta energia da
lui dimostrata al Ponte dei Sospiri che non la forza erculea che egli
sapeva usare senza fatica quando situazioni piu' pericolose lo
richiedessero. Aveva la bocca e il mento di un dio, occhi strani,
fiammeggianti, grandi, liquidi, le cui sfumature variavano da un color
nocciola puro al piu' intenso e brillante giaietto, una profusione di
capelli neri, ricciuti, dai quali emergeva una fronte tutta luce e avorio
di insolita ampiezza; i suoi tratti erano insomma di una regolarita'
classica quali io non ho mai veduti se non forse nell'effigie marmorea
dell'imperatore Commodo, e tuttavia il suo aspetto era di quelli che
tutti gli uomini hanno veduto a un certo periodo della loro vita, senza
poter poi piu' rivedere in seguito. Non aveva alcun lineamento
caratteristico, non un'espressione fissa e predominante che si potesse
imprimere nella memoria; ma i suoi tratti anzi non appena veduti erano
istantaneamente dimenticati, e tuttavia con un vago mai sopito desiderio
di richiamarli alla mente. Non che il guizzo rapido di ciascuna passione
non riflettesse a ogni istante la propria chiara immagine nello specchio
di quel viso; ma quello specchio, al pari di ogni specchio, non
conservava alcun vestigio delle passioni in esso riflessesi, allorquando
tali passioni erano svanite.
Nel momento in cui lo lasciavo, la sera della nostra avventura, egli mi
raccomando', in modo che mi parve assai pressante, di recarmi da lui
ASSAI per tempo il mattino successivo. Poco dopo il sorgere del sole mi
trovavo come d'accordo alla porta del suo palazzo, una di quelle enormi
costruzioni tetramente e pur fantasticamente pompose che torreggiano alte
sulle acque del Canal Grande in prossimita' di Rialto. Fui introdotto su
per un'ampia tortuosa scalinata a mosaico in una stanza il cui
incomparabile splendore erompeva, all'aprirsi dell'uscio, in un vero e
proprio fiammeggiare che mi acceco' e stordi' con la sua fastosa
opulenza.
Sapevo che il mio conoscente era ricco, avevo inteso parlare dei suoi
beni in termini che io mi ero arrischiato a definire esagerati e
ridicoli; ma nel guardarmi intorno non potei fare a meno di pensare che
la ricchezza di qualsiasi altro suddito europeo non sarebbe riuscita a
eguagliare la principesca magnificenza che ardeva e sfavillava sotto i
miei occhi.
Per quanto, come ho detto, gia' il sole fosse sorto, la stanza era ancora
brillantemente illuminata. Giudicai da questa circostanza, come pure
dall'aspetto stanco del volto del mio amico, che egli non si fosse
ritirato a dormire durante il resto della notte precedente.
Nell'architettura e negli ornamenti della stanza, scopo evidente era
stato quello di abbagliare e di stupire. Ben poca attenzione era stata
data alle decorazioni di quel che tecnicamente si chiama armonia o ai
convenzionalismi di nazionalita'. L'occhi vagava di oggetto in oggetto
senza posarsi su alcuno, ne' sui "grotesques" dei pittori greci, ne'
sugli enormi bassorilievi dell'ignoto Egitto. Fastosi cortinaggi disposti
in ogni angolo della stanza ondeggiavano alle vibrazioni di una musica
sommessa e malinconica di cui non era possibile scoprire la provenienza.
I sensi erano oppressi da profumi misti e contrastanti, esalati da strani
contorti turiboli unitamente a innumerevoli divampanti e guizzanti lingue
di fuoco smeraldine e violette. I raggi del sole appena nato si
riversavano su ogni cosa attraverso le finestre formate di un'unica
invetriata di cristallo vermiglio. Occhieggianti qua e la' in mille
riflessi, dai cortinaggi che scendevano ondeggianti dalle loro cornici
come cateratte d'argento fuso, i raggi della gloria naturale si
mescolavano infine capricciosamente alla luce artificiale, per
raccogliersi tumultuanti in masse inquiete su un tappeto di tessuto d'oro
del Cile simile a una liquida impetuosa distesa.
- Ah! ah! ah! - rise il proprietario, facendoni cenno di sedere
non appena fui nella stanza, e arrovesciandosi a sua volta su un divano.
- Vedo, - disse, rendendosi conto che io non ero in grado di assuefarmi
subito col galateo di un cosi' singolare benvenuto, - vedo che lei si
stupisce del mio appartamento, delle mie statue, dei miei quadri, del
modo originale con cui ho concepito la mia architettura e la tappezzeria;
il mio splendore l'ha letteralmente ubriacata, nevvero? Ma voglia
perdonarmi, egregio amico, - a questo punto il tono della sua voce
divenne improvvisamente il tono stesso della cordialita', - voglia
perdonarmi la mia poco caritatevole risata. Mi e' parso di vederla cosi'
INDICIBILMENTE stupito. D'altronde vi sono cose talmente ridicole che
BISOGNA che un uomo ne rida per non morire. Morire ridendo deve essere la
piu' gloriosa di tutte le piu' gloriose morti! Siur Thomas More
(grand'uomo fu sir Thomas More), sir Thomas more ridendo mori', se lei
rammenta. Anche nelle "Assurdita'" di Ravisius Textor, e' elencata una
lunga lista di personaggi che fecero la stessa splendida fine. Lei sa
pero', - riprese con aria meditabonda, - che a Sparta (detta oggi
Peleochori), a Sparta, dico a occidente della cittadella, vi e' una
specie di zoccolo sul quale sono ancora leggibili delle lettere, le quali
dovevano fare indubbiamente parte della parola RISO. Ora a Sparta erano
stati inalzati forse mille templi e santuari a mille divinita' diverse.
Non e' molto strano che l'altare del Riso sia sopravvissuto a tutti gli
altri? Nel caso attuale pero' - prosegui', con una strana alterazione di
voce e di modi, - non ho diritto a divertirmi a sue spese. Lei ha avuto
ragione a stupirsi. L'Europa non sa produrre nulla di cosi' bello come
questo mio piccolo salotto regale. Le altre mie stanze non sono affatto
di questo tenore; sono semplici ultras di moderna insipidita'. Questo e'
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