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Immagine tratta da: http://artipaola.spaces.live.com/
Il crollo della casa degli Usher.
DURANTE un giorno triste, cupo, senza suono, verso il finire dell'anno,
un giorno in cui le nubi pendevano opprimentemente basse nei cieli, io
avevo attraversato solo, a cavallo, un tratto di regione singolarmente
desolato, finche' ero venuto a trovarmi, mentre gia' si addensavano le
ombre della sera, in prossimita' della malinconica Casa degli Usher. Non
so come fu, ma al primo sguardo ch'io diedi all'edificio, un senso
intollerabile di abbattimento invase il mio spirito. Dico intollerabile
poiche' questo mio stato d'animo non era alleviato per nulla da quel
sentimento che per essere poetico e' semipiacevole, grazie al quale la
mente accoglie di solito anche le piu' tetre immagini naturali dello
sconsolato o del terribile. Contemplai la scena che mi si stendeva
dinanzi, la casa, l'aspetto della tenuta, i muri squallidi, le finestre
simili a occhiaie vuote, i pochi giunchi maleolenti, alcuni bianchi
tronchi d'albero ricoperti di muffa; contemplai ogni cosa con tale
depressione d'animo ch'io non saprei paragonarla ad alcuna sensazione
terrestre se non al risveglio del fumatore d'oppio, l'amaro ritorno alla
vita quotidiana, il pauroso squarciarsi del velo. Sentivo attorno a me
una freddezza, uno scoramento, una nausea, un'invincibile stanchezza di
pensiero che nessun pungolo dell'immaginazione avrebbe saputo affinare
ed esaltare in alcunche' di sublime. Che cos'era, mi soffermai a
riflettere, che cos'era che tanto mi immalinconiva nella contemplazione
della Casa degli Usher? Era un mistero del tutto insolubile; ne'
riuscivo ad afferrare le incorporee fantasticherie che si affollavano
intorno a me mentre cosi' meditavo. Fui costretto a fermarmi sulla
insoddisfacente conclusione che mentre, senza dubbio, ESISTONO
combinazioni di oggetti naturali e semplicissimi che hanno il potere di
cosi' influenzarci, l'analisi tuttavia di questo potere sta in
considerazioni che superano la nostra portata. Poteva darsi, riflettei,
che una piccola diversita' nella disposizione dei particolari della
scena, o in quelli del quadro sarebbe bastata a modificare, o fors'anche
ad annullare la sua capacita' a impressionarmi penosamente; e agendo
sotto l'influsso di questo pensiero frenai il mio cavallo sull'orlo
scosceso di un oscuro e livido lago artificiale che si stendeva con la
sua levigata e lucida superficie in prossimita' dell'abitazione, e
affissai lo sguardo, con un brivido pero' che mi scosse ancor piu' di
prima, sulle immagini rimodellate e deformate dei grigi giunchi, degli
spettrali tronchi d'albero, delle finestre aperte come vuote occhiaie.
Eppure in questa lugubre casa io ora mi proponevo di soggiornare per
alcune settimane. Il suo proprietario, Roderico Usher, era stato uno dei
miei gai compagni di infanzia, ma molti anni erano trascorsi dal nostro
ultimo incontro. Una sua lettera mi aveva tuttavia raggiunto in un luogo
remoto del paese, una lettera che, dato il carattere insistentemente
importuno del mittente, non ammetteva risposta che di persona. Questo
scritto rivelava una viva agitazione nervosa. Usher parlava di una acuta
malattia fisica, di un disordine mentale che l'opprimeva, e di un
impaziente desiderio di vedermi, essendo io il suo migliore, anzi il suo
unico amico intimo, nella speranza di ottenere un sollievo al proprio
male grazie alla serenita' della mia presenza. Era il modo con cui tutto
cio', e molt'altro ancora, era detto, era il CUORE che apparentemente
accompagnava una tale richiesta, che non mi permise di esitare; ecco
perche' avevo obbedito senza indugio a quella che seguitavo a
considerare tuttora come una piuttosto strana ingiunzione.
Benche' da ragazzi fossimo stati direi persino intimi, in realta' io
sapevo assai poco del mio amico. La sua riservatezza abituale era sempre
stata eccessiva. Sapevo pero' che la sua famiglia, di origine
antichissima, era sempre stata conosciuta per una particolare
sensibilita' di temperamento che si era manifestata attraverso le eta'
in molte opere di un'arte esaltata, e si era recentemente rivelata in
ripetute e munifiche elargizioni benefiche, per quanto discrete, come
pure in un fervore appassionato per le complicazioni, quasi piu' che per
le bellezze ortodosse e facilmente riconoscibili, della scienza musicale.
Ero pure al corrente di un particolare assai notevole, che cioe' la
stirpe degli Usher, pur vetusta qual era, non aveva mai fatto
germogliare alcun ramo duraturo; in altre parole, la discendenza
dell'intera famiglia si era tramandata sempre in linea diretta, e questo
sin dai tempi piu' remoti, a eccezione di qualche variante trascurabile
e del tutto temporanea. Era forse questa mancanza, rimuginavo mentre
riandavo col pensiero all'accordo perfetto tra il carattere del luogo e
il carattere universalmente noto delle persone che vi abitavano (e
frattanto riflettevo sul possibile influsso che il primo, in cosi' lungo
trascorrere di secoli, poteva avere esercitato sul secondo), era forse
questa mancanza di rami collaterali e la conseguente invariata
trasmissione diretta da padre in figlio del patrimonio col nome, ad
avere in fine talmente identificate le due cose, il luogo e la famiglia,
da confondere il titolo originario della proprieta' nello strano ed
equivoco appellativo di "Casa degli Usher", un appellativo che sembrava
racchiudere, nella mente del contadiname che lo usava, tanto la casata
quanto il maniero familiare.
Gia' ho detto che il solo risultato del mio esperimento alquanto puerile
di affissare cioe' lo sguardo nelle cupe acque dello stagno, era stato
quello di approfondire la mia prima curiosa impressione. Non puo'
esservi dubbio che la consapevolezza del rapido aumentare della mia
superstizione, -infatti, per quale motivo dovrei definirla altrimenti?-
era servita principalmente ad accellerare quest'aumento. Tale, lo sapevo
da tempo, e' l'assurda legge di tutti i sentimenti aventi come base il
terrore. E poteva essere stato per questo motivo soltanto che, allorche'
tornai ad alzare gli occhi verso la casa, distogliendoli dall'immagine
di essa riflessa nello stagno, subentro' nella mia mente un pensiero
bizzarro, talmente bizzarro e paradossale, che lo riferisco unicamente
per dimostrare quanto fosse intensa la forza delle sensazioni che mi
opprimevano. Avevo talmente esaltata la mia fantasia al punto di credere
realmente che su tutta la dimora e sulla tenuta pendesse un'atmosfera
caratteristica ad esse e alle immediate vicinanze, atmosfera che non
aveva alcuna affinita' con l'aria del cielo, ma che si esaltava dagli
alberi ammuffiti, dal grigio muro, dal silenzioso stagno, come un vapore
pestilenziale e mistico a un tempo, opaco, tardo, appena percettibile,
soffuso di una sfumatura plumbea.
Scuotendomi dall'animo quel che DOVEVA essere stato un sogno, ripresi a
osservare piu' da vicino l'aspetto reale dell'edificio. Il suo tratto
piu' caratteristico sembrava consistere in una estrema vecchiezza. Lo
scolorimento del tempo era stato enorme. Tutta la facciata esterna era
ricoperta di una fungosita' minutissima che pendeva dalle gronde come
una intricata finissima ragnatela. Tutto cio' era nondimeno indipendente
da un decadimento vero e proprio. La muratura era rimasta intatta, e
sembrava esservi una strana incongruenza tra le parti ancora
perfettamente unite della costruzione, e lo stato di rovina delle
singole pietre. In questo elemento caratteristico vi era molto che mi
rammentava l'aspetto totale tipico di una vecchia opera in legno che sia
rimasta per lunghi anni a marcire in un sotterraneo abbandonato, senza
essere in alcun modo intaccata dall'aria esterna. Ma all'infuori di
questo indice di decadenza dell'insieme, la costruzione non rivelava
gravi tracce di instabilita'. Forse l'occhio di un osservatore attento
avrebbe saputo discernere una fessura appena percettibile che partendo
dal tetto, sulla facciata dell'edificio, attraversava il muro in
direzione obliqua sino a perdersi nelle imbronciate acque dello stagno.
Dopo aver notato tutte queste cose mi diressi verso la casa, lungo un
breve viale selciato. Un domestico mi prese il cavallo, e io entrai
sotto l'arcata gotica dell'ingresso. Un valletto dal passo felpato mi
condusse da li', silenziosamente, attraverso molti anditi bui,
labirintici, sino allo STUDIO del suo padrone. Molto di quel che
incontrai sul mio cammino contribui', non so perche', ad avvalorare quel
senso di vaga paura cui gia' ho alluso. Mentre gli oggetti che mi
circondavano, le decorazioni del soffitto, le fosche tappezzerie delle
pareti, la nerezza d'ebano dei pavimenti, i trofei allucinanti e le
armature che vibravano al mio passaggio con secco rumore metallico,
erano cose alle quali, anche in altro ambiente, io ero stato abituato sin
dall'infanzia, mentre non esitavo a riconoscere l'aspetto familiare di
tutti questi oggetti, seguitavo tuttavia ad avvertire quanto straniate
dal mio spirito fossero invece le fantasticherie che queste immagini,
pur note, evocavano in me.
Su una delle scale d'accesso incontrai il medico di famiglia. Ebbi
l'impressione che il suo aspetto riflettesse un'espressione mista di
bassa astuzia e di perplessita'. Mi passo' accanto trepidante e
prosegui' innanzi. Subito dopo il domestico spalanco' un uscio e
m'introdusse alla presenza del suo padrone.
La camera in cui venivo cosi' a trovarmi era molto ampia e altissima. Le
finestre lunghe, strette, a sesto acuto, erano talmente sopraelevate sul
pavimento di quercia nera da risultare del tutto inaccessibili
dall'interno. I deboli bagliori di una luce soffusa di vermiglio
s'infiltravano attraverso i pannelli intrecciati e servivano a rendere
sufficientemente distinti gli oggetti piu' in vista sparsi per la stanza;
l'occhio si sforzava tuttavia invano di raggiungere gli angoli piu'
riposti del locale, o i recessi del soffitto a volta tutto adorno di
fregi. Dalle pareti pendevano scuri drappeggi. Il mobilio era
sovraccarico, scomodo, antico, in cattivo stato. Sparsi tutt'attorno
giacevano molti libri e strumenti musicali, i quali non riuscivano pero'
a dare alcuna vitalita' alla scena. Ebbi l'impressione di respirare
un'atmosfera di dolore. Un senso di tetraggine greve, profonda,
irriducibile, pendeva su tutto e tutto permeava.
Al mio entrare, Usher si alzo' da un divano sul quale si trovava
completamente sdraiato, e mi accolse con una vivacita' e un calore in
cui mi parve a tutta prima di intuire una cordialita' eccessiva, un poco
troppo rassomigliante allo sforzo obbligato dell'annoiato uomo di mondo.
Mi basto' tuttavia uno sguardo al suo viso per convincermi della sua
perfetta sincerita'. Ci mettemmo a sedere e rimanemmo silenziosi per
alcuni istanti, mentre io l'osservavo con un sentimento misto a pieta' e
quasi di paura. Certo non avevo mai veduto nessuno che in cosi' breve
periodo di tempo avesse subita una cosi' spaventosa trasformazione
quanto quella che vedevo nella persona di Roderico Usher! Stentavo ad
ammettere a me stesso che quell'essere svanito che mi stava dinanzi era
il compagno della mia prima giovinezza. Eppure il suo viso era sempre
stato assai caratteristico. Una carnagione cadaverica; occhi grandi,
liquidi, oltremodo luminosi; labbra alquanto sottili e pallidissime, ma
delineate con insuperabile perfezione; un naso delicato, di profilo
ebraico, ma con un'ampiezza di narici insolita in modelli analoghi; un
mento finemente cesellato che rivelava nella sua eccessiva rotondita' una
mancanza di energia morale; capelli di una tenuita' e di una sofficita'
addirittura vaporose; tutti questi tratti, insieme con un'espansione
insolita delle regioni temporali, contribuivano a formare nel loro
complesso una fisionomia non facilmente dimenticabile. Ed ecco che
proprio nell'esagerazione del carattere prevalente di questi tratti, e
dell'espressione che essi erano soliti rendere, consisteva l'enorme
mutamento che mi faceva dubitare della identita' di colui col quale
stavo parlando. Ma soprattutto il pallore spettrale della pelle e la
luminosita' irreale dell'occhio mi colpi' e persino mi impauri' piu' di
ogni altra cosa. Anche i serici capelli erano stati lasciati crescere
senza cura, e cosi' scarmigliati e rabbuffati come se fossero intessuti
di lievissimi fili di ragno, piu' che ricadere intorno al viso vi
fluttuavano intorno, tanto da non permettermi, sia pure con uno sforzo,
di connettere quella loro impressione di arabesco a un'idea purchessia
di umanita' vera e propria.
In quanto ai modi del mio amico fui subito colpito da una specie di
incoerenza, di inconsistenza in essi, e ben presto mi accorsi che cio'
derivava da tutta una successione di deboli e vani tentativi per
padroneggiare uno stato di trepidazione abituale, un'agitazione nervosa
eccessiva. In realta' ero stato preparato a questo lato del suo
carattere non tanto dalla sua lettera, quanto dalle reminiscenze di certe
sue caratteristiche infantili e dalle conclusioni che avevo tratte dalla
sua costituzione fisica e dal suo temperamento specialissimi. I suoi
gesti erano a volte vivaci, a volte pigri e scontrosi. La sua voce
passava rapidamente da un tono di tremula indecisione (allorche' gli
spiriti animali sembravano completamente soggiogati) a quella specie di
concisione energica, quell'eloquio brusco, pesante, tardo, cavo, quella
pronunzia plumbea, perfettamente equilibrata e modulata, gutturale, che
si riscontra nel bevitore incorreggibile o nell'incallito fumatore
d'oppio, nei momenti in cui l'eccitazione della droga e' particolarmente
intensa. Fu con questi accenti che egli mi parlo' dello scopo della mia
visita, del suo ardente desiderio di vedermi, e del conforto che si
riprometteva da me. Si dilungo' quindi a descrivermi quello che secondo
lui era il carattere della sua malattia. Si trattava, mi spiego', di un
male costituzionale ed ereditario, e al quale disperava di trovare un
rimedio; una semplice affezione nervosa, si affretto' a soggiungere, che
senza dubbio si sarebbe ben presto dileguata. Questo disturbo si
manifestava con una sequela di sensazioni innaturali: e alcune tra
queste, a mano a mano che egli me le elencava, mi interessavano e mi
stupivano, benche' forse la loro efficacia risiedesse solo nelle parole
e nel tenore generale della narrazione. Usher soffriva assai di una
ipersensibilita' morbosa; poteva sopportare soltanto il cibo piu'
insipido; poteva indossare soltanto indumenti di un certo tessuto; il
profumo di un qualsiasi fiore gli era intollerabile; anche la luce piu'
debole era una tortura per i suoi occhi, e non vi erano che pochi suoni
speciali, e soltanto quelli di alcuni strumenti a corda, che non lo
riempissero di orrore.
Mi avvidi che era schiavo, legato mani e piedi, di una forma anomala di
terrore.
- Io moriro', - mi disse, - DOVRO' morire in questa disperata follia.
Cosi', cosi', non altrimenti, mi perdero'. Temo gli avvenimenti del
futuro non di per se stessi, ma per i loro risultati. Rabbrividisco al
pensiero di un fatto qualsiasi, anche il piu' comune che possa operare
su questa agitazione intollerabile del mio spirito. In realta' non
rifuggo dal pericolo, se non nel suo effetto assoluto, cioe' il terrore.
In questo stato di smarrimento dei nervi, in questa pietosa condizione,
sento che sopraggiungera' presto o tardi il momento in cui mi vedro'
costretto ad abbandonare la vita e la ragione insieme in qualche
conflitto con il sinistro fantasma della PAURA.
Appresi inoltre per tratti e attraverso accenti rotti e ambigui, un
altro curioso aspetto delle sue condizioni mentali. Usher si sentiva
incatenato da certe superstiziose impressioni alla casa in cui dimorava
e dalla quale piu' non usciva da molti anni, per un influsso la cui forza
superstiziosa era resa in termini troppo incerti per essere qui
ridescritti; un influsso ispiratogli nell'animo, mi disse, semplicemente
da alcune caratteristiche nella forma e nella sostanza della sua dimora
familiare; era un effetto, insomma, che l'elemento fisico delle grigie
mura e delle torri e del cupo stagno in cui tutte queste cose si
riflettevano aveva infine prodotto sull'elemento MORALE della sua
esistenza.
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