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In questa pagina sono presenti i seguenti racconti:

 

Sommario.

 

- Metzengerstein

- Manoscritto trovato in una bottiglia

- L'uomo della folla

- Eleonora

- Quattro morti in una

- Decadenza e caduta di un 'Lion'

- Ombra: una parabola

- da inserire

 

 

 

 

METZENGERSTEIN

Pestis eram Vivus -moriens tua mors ero.

Martin Lutero.

 

L'orrore e la fatalità hanno avuto che fare in tutti i secoli. A che mettere, allora, una data alla

storia che sto per raccontare? Mi basta appena premettere che, all'epoca di cui io parlo, sussisteva,

nel centro dell'Ungheria, una ferma credenza nelle dottrine della metempsicosi. Di tali dottrine per

esse stesse, della loro inattendibilità ovvero della loro probabilità, a me non interessa dire e non dirò

nulla. Io posso affermare, nondimeno, che gran parte di tutta la nostra incredulità - secondo che dice

La Bruyère, il quale attribuisce tutte le nostre disgrazie a quest'unica causa - «vient de ne pouvoir

être seuls».

Ma alcuni punti di quella superstizione ungherese toccavano quasi l'assurdo. I Magiari

differiscono essenzialmente dalle autorità Orientali, per ciò che riguarda tale argomento. E, tanto

per fare un esempio, citerò le parole d'un acuto e intelligente parigino: «L'âme ne demeure qu'une

seule fois dans un corps sensible. Ainsi un cheval, un chien, un homme même, ne sont que la

ressemblance illusoire de ces êtres».

Le famiglie Berlifitzing e Metzengerstein erano state in discordia per secoli. Non s'erano

mai viste due casate tanto illustri reciprocamente inasprite in una inimicizia addirittura mortale.

Quest'odio poteva aver avuto origine dalle parole d'una antica profezia: «Un grande nome cadrà da

una terribile altezza, allorché simile a un cavaliere sul proprio cavallo, la mortalità di

Metzengerstein trionferà sull'immortalità di Berlifitzing».

In sé e per sé, è indubitato che tali parole contenessero poco senso. Ma cause ancor più

volgari di quelle hanno condotto - e senza risalire troppo in alto nel tempo - a conseguenze

egualmente gravide d'avvenimenti. E d'altro canto i due domini, ch'erano finitimi, avevano

esercitato, a lungo, un'influenza rivale nelle vicende d'un tumultuoso governo. Vicini tanto vicini

com'essi erano, raramente sono amici, e gli abitanti del castello di Berlifitzing potevano spingere i

loro sguardi fin dentro le finestre del palazzo Metzengerstein dove il dispiegamento d'una

magnificenza feudale era inadatto a calmare i sentimenti irritabili dei Berlifitzing che erano di meno

antica e meno ricca origine. Perché meravigliarsi, allora, se le parole della surriferita predizione - le

quali non suonano, per questo, meno bizzarre - avevano potuto determinare e tener desta la rivalità

tra due famiglie le quali vi erano già predisposte dalle continue istigazioni d'una gelosia ereditaria?

Se qualcosa essa stava a significare, la predizione prometteva il trionfo finale alla parte più cospicua

ed è quindi naturale che fosse rammentata con una cotale animosità da quella parte, fra le due, che

era più debole e meno influente.

Wilhelm, conte di Berlifitzing, a malgrado del suo alto lignaggio, all'epoca dell'odierno

racconto era un vecchio carico di malanni e per metà svanito di mente, il quale poteva essere

distinto solo da una radicata antipatia personale ai danni della casata rivale e da un amore così

appassionato per i cavalli e la caccia che nemmeno le infermità fisiche e l'età avanzata, come pure

la debolezza del suo cervello, potevano vietargli di correre, ogni giorno, i pericoli che quegli

esercizi comportano seco.

E Frederick, d'altro canto, barone di Metzengerstein, non aveva ancora raggiunto la

maggiore età. Il ministro G., suo padre, era morto giovane e sua madre, Lady Mary, aveva raggiunto

il marito con breve intervallo. Frederick aveva, allora, diciott'anni. Diciott'anni spesi in una città, in

una vita collettiva, non sono un grande periodo di tempo. Ma nella solitudine, nella magnifica e

solenne solitudine di un antico e aristocrate ritiro, il pendolo oscilla con più profonda e significativa

maestà.

In seguito ad alcune particolari modalità dell'amministrazione paterna, non appena il suo avo

venne a morire, il giovane barone entro in possesso dei suoi vasti domini. Prima di quel tempo s'era

vista raramente, in Ungheria, tanta e così nobile proprietà nelle mani d'un solo. I castelli erano

innumerevoli e il più splendido e il più vasto era il palazzo di Metzengerstein, tanto che il limite

delle terre attorno non era mai stato ben definito. Il parco principale, ad ogni modo, abbracciava un

circuito di cinquanta miglia.

La successione di persona così giovane e dal carattere, pertanto, assai ben conosciuto, non

lasciava supporre nulla di preciso attorno alla probabile condotta ch'egli avrebbe seguita. E questa,

per la verità, oscurò la fama di Erode nello spazio d'appena tre giorni superando, in magnificenza, le

speranze dei suoi più entusiasti ammiratori. Orge ontose, flagranti perfidie, tradimenti, inganni,

atrocità inaudite resero ben presto noto ai suoi trepidanti vassalli che nulla, né la loro servile

sottomissione, né alcun probabile scrupolo di coscienza da parte del medesimo signore, avrebbero

potuto proteggerli, in qualche modo, dagli artigli impietosi di quel piccolo Caligola. La notte del

quarto dì, furori viste bruciare le scuderie del castello di Berlifitzing. E così anche il delitto di

quell'incendio andò ad aggiungersi, secondo l'unanime opinione dei vicini, alla orribile lista degli

atroci misfatti del barone.

Quanto al giovane gentiluomo, egli se ne stette, per tutto il tempo che durò il tumulto

provocato da quell'accidente, assorto in apparente meditazione, seduto in una stanza vasta e

solitaria, nella parte più remota ed elevata del palazzo avito dei Metzengerstein. La tappezzeria

ricca, ancorché sbiadita, che pendeva malinconicamente alle pareti, rappresentava i ritratti fantastici

e maestosi di mille antenati illustri. Prelati, colà, riccamente parati d'ermellino, dignitari pontifici

familiarmente assisi con l'autocrate o il sovrano, opponevano il loro veto ai capricci d'un re

temporale e, col favore del potere, in mano loro, della supremazia papale, trattenevano il ribelle

scettro del Gran Nemico. Altrove le cupe smisurate stature dei principi di Metzengerstein, i cui

muscolosi cavalli da guerra pestavano le spoglie dei nemici caduti, scotevano, per la loro feroce

espressione, anche i nervi più solidi. Ed ancora, simili a cigni, le voluttuose immagini delle dame

dei tempi andati fluttuavan negli intrichi d'una danza fantastica, intente all'accento di melodie

immaginarie.

Ma nel mentre che il barone prestava orecchio - ovvero affettava di prestarlo - al baccano

ognor crescente che veniva dalle scuderie dei Berlifitzing, - e probabilmente rifletteva attorno a un

nuovo piano, più risoluto ancora e più audace - i suoi occhi ebbero a posarsi involontariamente sulla

figura d'un enorme cavallo, d'un colore innaturale, il quale, secondo la leggenda raffigurata

nell'arazzo, sembrava appartenere a un antenato saraceno della famiglia rivale. Il cavallo restava

immobile come una statua, nel primo piano del quadro, nel mentre che, poco discosto, il suo

cavaliere periva, sconfitto, sotto il pugnale d'un Metzengerstein.

Un'espressione diavolesca increspò le labbra di Frederick, non appena egli s'avvide della

direzione che aveva presa il suo sguardo. Pure non distolse gli occhi e non poté, al contrario,

liberarsi dall'oppressione di un'ansia che gli era piombata pesantemente addosso come un drappo

mortuario e gli era difficoltoso connettere le sue incoerenti sensazioni materiate di sogno, con la

sicurezza d'esser desto. E più indugiava in quella contemplazione e più avvertiva che quella magia

lo andava possedendo, e più ancora gli sembrava impossibile sottrarre lo sguardo dal perfido

fascino di quell'arazzo. E come il baccano esterno salì improvvisamente dì ferocia, egli spostò, con

uno sforzo, la propria attenzione sul riverbero rossastro della luce colla quale le scuderie incendiate

avevano inondata la stanza. E nondimeno quell'atto fu momentaneo e il suo sguardo tornò da capo a

posarsi, come quello d'un automa, sulla parete dalla quale pendeva l'arazzo ed egli s'avvide -

devastato dal terrore - che la testa del gigantesco corsiero aveva, nel frattempo, mutata la sua

posizione. Il collo della bestia, reclinato dapprima, come compreso di pietà, sul suo signore

atterrato, era teso, ora, per tutta la sua lunghezza, verso il barone. Gli occhi, che prima non si

distinguevano neppure di tra il pelame, tant'eran socchiusi, brillavano adesso d'una intelligenza

quasi umana, rossi come la fiamma. E le labbra contratte scoprivano in pieno i denti sepolcrali e

disgustosi. Sopraffatto dal terrore, il giovane si precipitò anelando verso la porta ma nell'atto ch'egli

fece, d'aprirla, una luce rossastra irraggiò nella sala e si rifletté secondo un perfetto disegno

sull'arazzo. Esitò un istante Il giovane signore sulla soglia e vide - non poté impedirsi, ancorché

vacillante, di vedere - che quel riflesso andava a coincidere, riempiendone per intero il contorno,

con l'implacabile e trionfante assassino di Berlifitzing saraceno.

Per essere liberato da quell'incubo, il giovane corse di fuori. Sull'ingresso principale del

palazzo, egli scorse tre scudieri che, in mezzo ad enormi difficoltà e a rischio della loro stessa vita,

tentavano di trattenere, nei suoi balzi convulsi, un gigantesco cavallo color della fiamma.

«Di chi è questo cavallo? Dove l'avete preso?», chiese il giovane con voce irata ma pur

rauca e come incerta, poiché s'era accorto che la bestia furiosa era la copia perfetta del misterioso

corsiero effigiato nell'arazzo.

«È vostro, signor mio», rispose uno degli scudieri. «Non c'è alcuno che lo reclami per suo,

d'altra parte. L'abbiamo catturato nel mentre che fuggiva, fumante e schiumante di rabbia, dalle

scuderie in fiamme del castello dei Berlifitzing. Noi ritenemmo, in un primo momento, che fosse

uno dei cavalli stranieri allevati dal vecchio conte e difatto l'abbiamo condotto da lui, ma colà ci è

stato riferito che non sanno nulla di questo animale. E ciò è per lo meno bizzarro, dal momento che

ha tracce visibili, indosso, d'essere scampato miracolosamente alle fiamme».

«Senza contare queste tre lettere incise distintamente sulla fronte», continuò un secondo

scudiero indicando un W, un V e un B. «Io pensavo che fossero le iniziali di Wilhelm von

Berlifitzing: è naturale. E nondimeno tutti sostengono, colà, di non aver mai visto un simile

cavallo».

«Una singolare storia, per la verità», disse il giovane barone come sopra pensiero,

ostentando d'essere indifferente e inconscio delle sue stesse parole. «Esso è difatto un meraviglioso

cavallo, del tutto eccezionale, per la verità, anche se, come voi stessi avete osservato, ombroso e di

carattere difficile a prendersi. Consentite, così, che sia mio», aggiunse dopo una breve pausa. È

probabile che un cavaliere come Frederick von Metzengerstein riesca ad aver ragione anche d'un

demonio sfuggito alle scuderie dei Berlifitzing».

«Siete in inganno, secondo abbiamo già detto, se credete che il cavallo appartenga al conte»,

disse uno scudiero. «Se esso, infatti, provenisse di là, noi non avremmo osato condurlo alla

presenza d'un personaggio della nobile vostra famiglia».

«È vero», disse seccamente il barone, nel mentre che sopraggiungeva, a passi precipitati e

tutto rosso in viso, un paggio di camera dall'interno del palazzo. Questi si avvicinò subitamente

all'orecchio del suo padrone e lo informò, ma a bassa voce, per modo che niuna parola poté

giungere a soddisfare l'eccitazione incuriosita dei tre scudieri, come fosse scomparso all'improvviso

un arazzo da una stanza, fornendo minuti e circostanziati particolari. Frederick, nel mentre che il

paggio parlava, era visibilmente agitato da una viva apprensione, ma ritrovò, nondimeno, ben presto

la sua calma per modo che, in capo a pochi istanti, il suo volto riprese la consueta espressione di

maliziosa risolutezza. E impartì ordinanze perentorie acciocché si chiudesse all'istante la camera in

questione e se ne rimettesse la chiave nelle sue mani.

«Avete udito della deplorevole morte occorsa a Berlifitzing, il vecchio cacciatore?», disse al

barone uno dei suoi vassalli, allorché il paggio fu scomparso. E in quello stesso mentre il gigantesco

cavallo di fiamma che il gentiluomo di Metzengerstein aveva adottato per suo, balzava e si tuffava

nell'aria arroventata, raddoppiando di furia, lungo tutto il viale che, dal palazzo, conduceva fino alle

scuderie della proprietà.

«No», disse il barone voltandosi di scatto. «È morto?».

«Certamente, signor mio, e nondimeno io ritengo che, per voi, ciò non costituisca quel che si

dice una cattiva nuova».

Un sorriso illuminò il volto del barone.

«E come è morto?», s'affrettò a chiedere.

«Nel mentre che s'affannava a tentar di salvare alcuni suoi favoriti cavalli da caccia, egli è

miseramente perito tra le fiamme».

«Dav... ve... ero ... ?», esclamò il barone al modo stesso che se si andasse convincendo per

gradi della veridicità d'una sua misteriosa supposizione.

«Davvero!», disse il vassallo.

«Orrore!», concluse il barone ma con calma, quasi dimentico del significato di quella parola;

e rientrò tranquillamente nel suo palazzo.

A partir da quel giorno, un notevole mutamento si verificò nella condotta esteriore del

giovane e dissoluto barone Frederick von Metzengerstein. Egli s'era comportato, per la verità, in

modo da provocare il disappunto di molte speranze e da sconcertare i disegni di più d'una madre

intrigante. Ora, per contro, le sue abitudini finirono coll'uniformarsi in tutto e per tutto a quelle della

società aristocratica del vicinato. Egli, così, non fu più visto fuori dei suoi domini e non coltivò del

pari alcun amico nel vasto mondo della società conterranea, ove non si voglia calcolar per un amico

quel sovrannaturale e impetuoso cavallo di fiamma ch'egli non ismetteva mai di montare dal giorno

dell'incendio.

Dalle famiglie confinanti, tuttavia, continuarono a pervenir gli inviti d'ogni sorta. «Sarà così

gentile il signor barone d'onorare la nostra festa colla sua presenza?»; «Sarà così gentile il barone da

prender parte alla nostra caccia al cinghiale?»; «Metzengerstein non va a caccia»; «Metzengerstein

non può accettare», erano le sue brevi ed altere risposte.

Il ripetersi di tali ingiuriose ripulse non poté, alla lunga, essere sopportato da quella altera

nobiltà. Gli inviti divennero, così, meno cordiali, meno frequenti e, a poco a poco, cessarono del

tutto. E fu intesa la vedova del defunto conte Berlifitzing esprimere il voto che il «barone potesse

esser costretto a starsene in casa, dal momento che disprezzava la compagnia dei suoi uguali,

proprio quando avrebbe desiderato di non trovarcisi e ancora, dal momento che a quella di coloro

preferiva la compagnia d'un cavallo, a cavalcare quando non ne aveva alcuna voglia». La qual cosa

non era, certamente, che una volgare esplosione del rancore ereditario e dimostrava soltanto come le

parole che noi usiamo rischiano di perdere ogni loro significato se noi vogliamo a ogni costo

conferir loro una estrema energia.

E tuttavia le persone caritatevoli attribuivano il mutamento nella condotta del giovine

gentiluomo al suo più che naturale dolore di figlio - ahimè - troppo presto orbato dei suoi genitori. E

così facendo, davano a vedere, nondimeno, d'aver dimenticato il suo feroce contegno e la sua

indifferenza nei giorni che seguirono immediatamente quella sua duplice perdita. Vi fu taluno che

lo accusò d'essersi foggiata un'idea esagerata della propria importanza e della propria dignità, e altri

ancora - e tra questi converrà mettere il medico della famiglia - i quali non dubitarono di attribuire il

tutto a una sorta di morbosa malinconia ereditata dai suoi avi. Torbide insinuazioni, oltre a queste, e

d'ancor più dubbia natura, correvano, nel frattempo, sulle bocche dei pettegoli.

Il perverso attaccamento, per la verità, del barone per la sua nuova cavalcatura - il quale

pareva raddoppiare di forza e di passione ogniqualvolta l'animale dava nuova prova e incentivo alle

sue sfrenate e demoniache tendenze - fu giudicato, da tutte le persone ragionevoli, al pari d'una

orripilante tenerezza contro la natura. Al rosseggiar del meriggio e nelle morte ore notturne, col bel

tempo e con la tempesta, sia ch'egli fosse ammalato o in salute, il giovane Metzengerstein sembrava

inchiodato alla sella del suo gigantesco corsiero del quale l'audacia senza freni s'accordava troppo

bene al suo proprio carattere.

E si dettero, ancora, talune circostanze le quali, riferite agli avvenimenti più recenti,

crearono un'atmosfera mitica e soprannaturale attorno alle manie del cavaliere e alle qualità della

bestia. Fu commisurato meticolosamente lo spazio che questi poteva superare con un suo salto e fu

trovato che esso era assai più ampio di quanto non fosse supposto dai più esagerati. Il barone,

inoltre, non aveva dato all'animale nessun nome particolare, mentre tutti gli altri cavalli della sua

scuderia ne avevano uno. La scuderia per quell'eccezionale corsiero era stata ricavata a una certa

distanza dalle altre e nessuno mai, eccettuato il barone, aveva osato varcarne la soglia, foss'anche

per attendere alla cura e alla pulizia della bestia. E fu inoltre notato che nessuno dei tre inservienti o

palafrenieri i quali erano riusciti, a mezzo d'una corda che terminava in un cappio, a impadronirsi

del corsiero in fuga dall'incendio del vicino Berlifitzing, era in grado di affermare con sicurezza

d'aver poggiate le mani, nel corso di quella lotta perigliosa o in alcun altro momento successivo, su

alcuna parte del corpo dell'animale. Il fatto che un cavallo di nobile razza e di generoso impeto dia

prove d'una intelligenza affatto particolare non è cosa che possa destare un interesse del tutto

eccezionale e nondimeno, per quel che concerne il caso del cavallo di Metzengerstein, si

verificarono circostanze tali da riuscire a impressionare anche coloro che si dicevano scettici e

indifferenti di professione. E di fatto si ricordava di una volta che la bestia aveva fatto retrocedere

un'intera folla in preda al terrore, la quale un istante prima gli si stringeva attorno ad ammirarlo,

solo a causa dell'impressionante profondità del pensiero adombrato nel terribile pestar del suo

zoccolo, e d'una altra volta ancora in cui il giovine Metzengerstein s'era volto a riguardare dalla

parte opposta, sbiancato in viso, per isfuggire a una subita occhiata scrutatrice del cavallo che parea

riguardarlo con una espressione di serietà e quasi d'umanità.

Niuno, tra i servi, sollevò mai qualche dubbio sull'affezione del tutto eccezionale che il

giovine gentiluomo portava al cavallo per le sue brillanti qualità, niuno ove si eccettui un

insignificante servitorello le cui difformità erano sempre tra i piedi delle persone e alle cui opinioni

non era il caso d'attribuire soverchia importanza. Egli aveva la tracotanza d'affermare - seppure il

suo parere merita d'esser rammentato - che il suo padrone non era mai salito in sella senza un

inesplicabile e quasi impercettibile brivido e che, al ritorno dalle sue lunghe cavalcate, non mancava

di tradire, ogni giorno, un'espressione trionfante di malvagità la quale gli tendeva tutti i muscoli

facciali.

Una notte d'uragano, Metzengerstein si destò all'improvviso da un sonno pesante, usci come

impazzito dalla sua stanza, salì in gran furia sul suo cavallo di fuoco e scomparve in un balzo negli

intrichi della selva. L'avvenimento era così comune che nessuno vi pose mente; epperò i servi

attesero il ritorno del barone con viva ansietà poiché, qualche ora dipoi che era scomparso, i mirifici

edifizi del palazzo di Metzengerstein avevano cominciato a scricchiolare e a vacillar dalle

fondamenta sotto l'azione d'un fuoco improvviso e irriducibile il quale ricopriva le costruzioni d'una

massa livida e spessa di fumo. E nondimeno, allorché la gente se ne avvide, le fiamme avevano già

menata innanzi di tanto la loro opera distruttrice che qualsiasi sforzo per salvare una parte soltanto

delle costruzioni apparve palesemente vano, e così gli accorsi se ne stettero attoniti là intorno, preda

d'uno stupefatto, se non apatico silenzio. Ma un oggetto nuovo e terribile affissò ben presto

l'attenzione della moltitudine e mostrò come sia molto più intenso - l'interesse che può fomentare, in

una folla, la contemplazione d'una umana agonia che non il più orripilante spettacolo offerto dalla

materia inanimata.

Sul lungo viale di querce vetuste che menava, dalla selva, all'ingresso del palazzo di

Metzengerstein apparve all'improvviso un corsiero, montato da un cavaliere scapigliato e con le

vesti in disordine, il quale spiccava tali sbalzi da sfidare, per l'impeto, fino il Dèmone dell'uragano.

Il cavaliere - era evidente - non riusciva a frenare quella corsa impazzita, ed appariva,

dall'espressione atterrita della sua faccia e dal convulso agitarsi del suo corpo, ch'egli stava

sostenendo uno sforzo sovrumano. E purtuttavia, all'infuori d'un unico grido - e come fu inteso

rintronare! - che gli sfuggì dalle labbra, lacerate dai suoi stessi morsi che la intensità del terrore gli

suggeriva sempre più frequenti, non fu udito alcun suono che provenisse da lui. Un solo istante

ancora e lo scalpitio degli zoccoli stridette più alto ed acuto che il ruggito delle fiamme e l'urlio del

vento. Un solo istante ancora e, dopo aver superato, in un sol balzo, il fossato e la soglia, il cavallo

si slanciò su per le scale del palazzo, prossime a crollare, col suo cavaliere in groppa, nitrendo alto

fra i turbini del fuoco.

E all'improvviso, allora, s'acquetò la furia dell'uragano e sopravvenne una tetra calma di

morte. Salì una candida fiamma e avviluppò tutto il palazzo come un sudario e, vampando su per

l'aria tranquilla, dardeggiò in lontananza una luce soprannaturale. In quello stesso mentre, una

spessa nube di fumo s'appesantì sull'antica costruzione e prese la forma d'un gigantesco cavallo.

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MANOSCRITTO TROVATO IN UNA BOTTIGLIA

Qui n'a plus qu'un moment à vivre

N'a plus rien à dissimuler.

Quinault, Atys.

 

Del mio paese, della mia famiglia ho ben poco da dire. Soprusi e l'accumularsi degli anni mi

hanno allontanato dall'uno e straniato dall'altra. La ricchezza ereditata mi consenti di beneficiare di

un'istruzione d'ordine non comune, e uno spirito contemplativo mi i mise in grado di classificare

metodicamente il copioso materiale che i miei studi precoci avevano diligentemente accumulato.

Sopra ogni altra cosa, mi dilettavano le opere dei filosofi tedeschi: non per sconsiderata

ammirazione della loro follia eloquente, ma per la facilità con cui l'abituale rigore del mio intelletto

mi consentiva di scoprirne le falsità. Mi si è spesso rimproverata l'aridità dell'ingegno, e imputata a

delitto la deficienza d'immaginazione; e in ogni circostanza il pirronismo delle mie opinioni mi ha

reso ambiguamente famoso. E in verità il vivo interesse per le scienze fisiche mi ha, temo,

contagiato la mente d'un errore assai comune nell'epoca presente: intendo l'abitudine di rapportare i

fatti, anche i meno suscettibili a tale rapporto, ai principi di quella scienza. In complesso, nessuno

potrebbe essere meno incline di me a lasciarsi sviare dagli ignes fatui della superstizione così

sfuggendo ai severi recessi del vero. Ho ritenuto opportuno fare questa premessa nel timore che il

racconto incredibile che mi accingo a narrare sia considerato delirio di un'immaginazione incolta

piuttosto che l'esperienza reale di una mente per cui sogni e fantasticherie sono stati sempre lettera

morta, cose vuote di senso.

Dopo molti anni trascorsi viaggiando in terre lontane, nell'anno 18... salpai dal porto di

Batavia, nella ricca e popolosa isola di Giava, diretto all'arcipelago della Sonda. Viaggiavo come

passeggero, da null'altro indotto che da una sorta di nervosa inquietudine che come un demone mi

torturava.

Era una bella nave, la nostra: circa quattrocento tonnellate, con rinforzi di rame, costruita a

Bombay in legno di teak del Malabar. Portava un carico di cotone e olio delle Laccadive. A bordo

avevamo anche copra, zucchero di palma, burro di bufala indiana, noci di cocco, e alcune casse

d'oppio. Lo stivaggio era malamente distribuito, e di conseguenza la nave non teneva bene il mare.

Salpammo con una bava di vento e per molti giorni ci tenemmo lungo la costa orientale di

Giava senza che nulla occorresse a ingannare la monotonia della nostra rotta tranne qualche raro

incontro con le giunche dell'arcipelago al quale eravamo diretti.

Una sera - stavo appoggiato al coronamento di poppa - notai, verso nord-ovest, una

singolarissima nube isolata. Singolarissima e per il colore e per il fatto che era la prima che

incontravamo da quando eravamo salpati da Batavia. La osservai attentamente fino al tramonto,

quando d'un tratto dilagò verso oriente e verso occidente, cingendo l'orizzonte d'una sottile striscia

di vapore, simile alla lunga linea di una spiaggia piatta. Subito dopo, attrassero la mia attenzione il

color rosso cupo della luna e l'aspetto dal mare, così strano: poiché il mare andava rapidamente

mutandosi, e l'acqua sembrava più trasparente del consueto. Sebbene potessi scorgere chiaramente

il fondale, quando calai lo scandaglio constatai che l'acqua era profonda quindici tese. L'aria si era

fatta intollerabilmente calda ed era carica di esalazioni a spirale, simili a quelle che si levano dal

ferro arroventato. Come scese la notte, cessò ogni fiato di vento: impossibile immaginare una

bonaccia più completa. La fiamma di una candela ardeva a poppa senza alcun moto percettibile, e

un lungo capello, tenuto stretto fra due dita, pendeva senza che si potesse scorgere la benché

minima vibrazione. Tuttavia, poiché il capitano diceva di non vedere alcun segno di pericolo e la

deriva ci spingeva verso la spiaggia, egli ordinò di ammainare le vele e di gettare l'ancora. Non

furono disposti turni di guardia, e i membri dell'equipaggio, quasi tutti malesi, si sdraiarono

tranquillamente sulla tolda. Scesi sottocoperta, non senza sinistri presentimenti: tutto, a dire il vero,

mi faceva temere un simun. Parlai delle mie apprensioni al capitano, ma egli non badò a quanto

dicevo e si allontanò senza degnarmi di una risposta. L'inquietudine mi impedì tuttavia di dormire, e

verso mezzanotte salii sul ponte. Come posi piede sull'ultimo gradino della scala di boccaporto,

trasalii a un forte ronzio non diverso da quello prodotto dal rapido moto circolare di una ruota da

mulino, e prima di poterne accertare la causa, sentii che tutta la nave, fino al suo stesso centro, era

scossa come da un fremito. Un istante dopo una valanga di spuma l'inclinò sul fianco e,

investendoci da prora a poppa, spazzò tutto quanto il ponte.

L'estrema furia della raffica finì per essere, in gran parte, la salvezza della nave. Sebbene

completamente invasa dall'acqua, poiché gli alberi erano andati perduti, dopo un minuto si levò

pesantemente dal mare, barcollò per qualche tempo sotto l'immane pressione della tempesta, e

infine si raddrizzò.

Per quale miracolo sfuggissi alla morte, non saprei dire. Stordito dall'urto della massa

d'acqua, quando rinvenni mi trovai incuneato fra il dritto di poppa e il timone. Con grande difficoltà

mi rimisi in piedi e, guardandomi intorno in preda alla vertigine, fui sulle prime atterrito all'idea che

ci trovassimo tra i frangenti; tanto era tremendo, al di là di ogni immaginazione, il vortice di

montagne spumeggianti, l'oceano che ci inghiottiva. Dopo un po' udii la voce di un vecchio svedese

che si era imbarcato con noi giusto prima che salpassimo. Lo chiamai, gridando con tutte le mie

forze, e subito, barcollando, venne a raggiungermi a poppa. Scoprimmo ben presto di essere i soli

superstiti del sinistro. Tranne noi due, tutti, sul ponte, erano stati spazzati via; il capitano e i secondi

dovevano essere morti nel sonno, poiché le cabine erano completamente allagate. Senza nessuno

che ci desse una mano, non potevamo sperare di fare gran che per la salvezza della nave, e i nostri

sforzi furono dapprima paralizzati dalla convinzione che, da un momento all'altro, saremmo andati a

fondo. Naturalmente il nostro cavo s'era spezzato come spago al primo soffio dell'uragano,

saremmo stati immediatamente perduti. Filavamo a una velocità spaventosa, col mare in poppa, e le

onde ci investivano e passavano sopra di noi. L'intelaiatura della parte poppiera era

irrimediabilmente danneggiata, e quasi dovunque gravissime erano le avarie; ma con estrema gioia

scoprimmo che le pompe non erano bloccate e che la zavorra non si era spostata di molto. La gran

furia della bufera era passata, così che ormai non avevamo più da temere la violenza del vento; ma

la prospettiva che esso cadesse del tutto ci empiva di sgomento, convinti come eravamo che la nave,

così fracassata, non avrebbe retto alla tremenda onda lunga che sarebbe seguita. Ma questa pur

logica apprensione non pareva destinata a trovare immediata conferma. Per cinque giorni e cinque

notti, durante i quali nostro solo nutrimento fu un po' di zucchero di palma ricuperato a fatica dal

castello di prua, lo scafo volò a una velocità incalcolabile sotto il rapido succedersi di colpi di vento

che, senza uguagliare l'iniziale violenza del simun, erano pur sempre più terribili di ogni tempesta

che fino allora avessi incontrato. Per i primi quattro giorni la nostra rotta fu, con lievi variazioni,

Sud-Est e Sud: quasi certamente, saremmo finiti sulla costa della Nuova Olanda. Il quinto giorno,

sebbene il vento fosse girato di un quarto di bussola verso nord, il freddo divenne estremo. Il sole si

levò con un estenuato lucore giallastro e salì di pochissimi gradi all'orizzonte, senza emettere una

vera e propria luce. Non c'erano nubi in vista, e tuttavia il vento aumentava di forza e soffiava

improvviso e discontinuo. Verso mezzogiorno, per quel tanto che potevamo calcolare, l'aspetto del

sole attrasse di nuovo la nostra attenzione. Non diffondeva, propriamente, una luce, ma una

luminescenza opaca e scialba, senza riflessi, come se tutti i suoi raggi fossero polarizzati. Subito

prima di affondare nel mare rigonfio, il fuoco al suo centro si spense di colpo, quasi bruscamente

estinto da una qualche potenza ignota. Non era più che un diafano alone argenteo, quando precipitò

nell'insondabile oceano.

Invano attendemmo il sesto giorno: per me quel giorno non è arrivato ancora - per lo

svedese non arrivò mai. Da allora in poi ci avvolse un piceo sudario di tenebra, così che non

potevamo scorgere un oggetto a venti passi dalla nave. Ci avviluppava una notte senza fine, mai

mitigata dalla fosforescenza marina cui eravamo avvezzi nei tropici. Notammo anche che, sebbene

la tempesta seguitasse a infuriare con implacata violenza, non osservavamo più quello spumare,

quel ribollire delle acque che fino a quel momento ci avevano seguito. Attorno a noi tutto era

orrore, e ombra fitta e un nero, afoso deserto d'ebano.

Un terrore superstizioso si insinuò a poco a poco nello spirito del vecchio svedese, e la mia

anima si smarrì in silenzioso stupore. Tralasciammo di attendere a ogni manovra, ormai peggio che

inutile e, dopo esserci legati il più saldamente possibile al troncone dell'albero di mezzana,

volgevamo lo sguardo amaro sull'immensità dell'oceano. Non avevamo modo di misurare il tempo,

né potevamo farci un'idea della nostra posizione. Tuttavia eravamo più che certi di esserci spinti più

a sud di ogni altro navigatore prima di noi, e molto ci stupiva di non incontrare le solite barriere di

ghiaccio. Frattanto ogni istante minacciava di esser l'ultimo; ogni ondata gigantesca si avventava su

di noi per sopraffarci. Mare lungo, e d'un turgore che mai avrei immaginato possibile: che non ne

fossimo subito inghiottiti è un miracolo. Il mio compagno parlava del modico peso del nostro carico

e mi rammentava le eccellenti qualità della nave; ma io non potevo non sentire tutta la disperazione

della speranza e tetramente mi preparavo a quella morte che, pensavo, nulla poteva ritardare più di

un'ora giacché, a ogni nodo percorso dalla nave, le enormi ondate nere divenivano più gonfie e

orride e sinistre. Talora, ad altezza maggiore di un volo di albatro, boccheggiavamo e il respiro ci

mancava, talora ci prendeva la vertigine nella precipite discesa in qualche acqueo inferno, dove

l'aria stagnava, né suono alcuno turbava i sonni del kraken.

Eravamo in fondo a uno di questi abissi, quando il subito grido del mio compagno

paurosamente squarciò la notte. «Guarda! guarda!», mi urlò nelle orecchie, «Dio onnipotente!

Guarda! guarda!». Mentre parlava, notai una luce rossastra, opaca e fosca, che spioveva lungo i

fianchi dell'enorme voragine in cui ci trovavamo e accendeva tremuli riflessi sul ponte della nave.

Levai gli occhi, e vidi uno spettacolo che mi gelò il sangue. A un'altezza spaventosa, proprio sopra

di noi, proprio sull'orlo dell'abisso scosceso, si librava una nave gigantesca di forse quattromila

tonnellate. Benché sollevata sulla cresta di un'onda anche cento volte più alta, le sue dimensioni

apparivano maggiori di quelle di qualunque nave di linea o mercantile delle Indie d'allora. La

carena enorme, di un nero denso e opaco, non era, come quella delle altre navi, adorna di figure a

intaglio. Dal portelli aperti sporgeva ininterrotta una fila di cannoni d'ottone dalle cui lucide

superfici riverberavano i fuochi di innumerevoli lanterne da combattimento che dondolavano

appese all'alberatura. Ma quello che soprattutto ci empì d'orrore e stupore, era che la nave reggesse

a vele spiegate la furia di quel mare soprannaturale, di quell'uragano incontenibile. Quando la

scorgemmo, se ne vedeva solo la prora, mentre lentamente si levava dal fosco, orrido baratro che le

si apriva dietro. Per un attimo di intenso terrore sostò sulla vetta vertiginosa quasi a contemplare la

propria sublimità, poi tremò, vacillò, e piombò giù.

In quell'istante, non so quale subita calma pervase il mio spirito. Brancolando, mi spinsi

quanto più potei verso poppa e attesi impavido la catastrofe incombente. Il nostro vascello stava

infine rinunciando alla lotta e a capofitto sprofondava nel mare; di conseguenza l'urto della massa,

precipitando, colpi quella parte dello scafo che già era quasi sott'acqua, con l'inevitabile risultato di

scaraventarmi con irresistibile violenza sull'alberatura della nave sconosciuta.

Mentre cadevo, la nave si arrestò, poi virò completamente di bordo; e alla confusione che

seguì attribuii il fatto di essere sfuggito all'attenzione dell'equipaggio. Senza difficoltà, raggiunsi

non visto il boccaporto principale, che era parzialmente aperto, e ben presto trovai modo di

acquattarmi nella stiva. Perché lo facessi, non so dire. Un indefinibile senso di paura, che si era

impadronito della mia mente al primo scorgere gli uomini che erano a bordo, mi aveva forse indotto

a cercare un nascondiglio. Riluttavo ad affidarmi a gente che al primo, sia pur rapido sguardo, mi

aveva dato, con la sua aria indefinibilmente strana, tanti motivi di dubbio e timore. Ritenni quindi

opportuno scovare nella stiva un luogo ove nascondermi. Questo feci spostando una piccola parte

delle tavole mobili così da crearmi un rifugio adatto tra le enormi coste della nave.

Avevo appena terminato il mio lavoro, quando un suono di passi nella stiva mi costrinse a

servirmene. Un uomo passò accanto al mio nascondiglio con faticosa e instabile andatura. Non

riuscii a vederlo in volto, ma potei osservare il suo aspetto. V'erano in esso tracce evidenti di

estrema vecchiezza e infermità. Le sue ginocchia vacillavano sotto il gran peso degli anni, e tutta la

persona tremava di quel fardello. Borbottava tra sé a voce bassa e rotta parole di una lingua che non

potei capire, e frugò in un angolo in mezzo a un mucchio di strumenti bizzarri e logore carte

nautiche. I suoi modi erano uno strano miscuglio della querula scontrosità propria della seconda

infanzia, e della solenne dignità d'un dio. Infine risalì sopra coperta, e non lo vidi più.

Si era impadronito del mio animo un sentimento cui non so dare nome - una sensazione che

non ammette analisi, cui le lezioni dei tempi passati sono inadeguate, e della quale, temo, lo stesso

futuro non mi fornirà la chiave. Per una mente conformata come la mia, quest'ultima considerazione

è il Male. Non potrò mai - so che non lo potrò mai - soddisfare la mia curiosità circa la natura di

queste mie idee. E tuttavia non mi sorprende che tali idee siano indefinite, giacché traggono origine

da fonti affatto inusitate. Un nuovo senso, una nuova entità si sono aggiunte alla mia anima.

Molto tempo è trascorso da quando per la prima volta misi piede sulla tolda di questa nave

terribile e, credo, i raggi del mio destino stanno per concentrarsi in un unico fuoco. Uomini

incomprensibili! Immersi in meditazioni che non posso penetrare, mi passano accanto senza

notarmi. Nascondermi è pura follia, perché questa gente non vuole vedermi. Giusto adesso sono

passato davanti agli occhi del secondo; poco prima mi sono avventurato nella cabina privata del

capitano, dove ho preso i materiali con cui scrivo e ho scritto finora. Di tanto in tanto continuerò

questo diario. È vero che forse non troverò modo di trasmetterlo al mondo: tuttavia voglio tentarlo.

All'ultimo momento racchiuderò il manoscritto in una bottiglia e la getterò in mare.

È sopravvenuto un incidente che mi ha dato nuovo spunto di meditazione. Cose siffatte sono

davvero opera di un capriccio del caso? Mi ero arrischiato a salire sopra coperta e mi ero buttato,

senza destare l'attenzione di alcuno, su un mucchio di cordami e vecchie vele in fondo alla

scialuppa. Mentre meditavo sulla singolarità del mio destino, presi distrattamente a imbrattare con

un pennello da catrame gli orli di una vela di coltellaccio accuratamente ripiegata che mi stava

accanto, posata su un barile. Ora la vela è stata spiegata sulla nave, e quelle pennellate casuali si

dispiegano anch'esse, disegnando una parola: SCOPERTA.

Recentemente ho fatto parecchie osservazioni sulla struttura del vascello. Benché bene

armata, non è, a mio parere, una nave da guerra. Alberatura, costruzione e attrezzatura permettono

di escludere una supposizione del genere. Ciò che non è, posso facilmente vederlo; ciò che è, temo

sia impossibile dirlo. Non so come sia, ma osservando la strana foggia e la singolare guarnitura dei

pennoni, la mole enorme e la sovrabbondante velatura, la prora semplice e austera, la poppa

desueta, a tratti mi balena per la mente una sensazione di cose familiari, e sempre a queste indistinte

ombre della memoria si mescola un inspiegabile ricordo di antiche cronache straniere e di età

remote...

Ho guardato il fasciame della nave. È costruita con un materiale a me sconosciuto. C'è in

questo legno, una qualità che, noto con sorpresa, lo rende inadatto allo scopo cui è stato destinato.

La sua estrema porosità, intendo una porosità che non dipende dallo sfacelo dei tarli, conseguenza

della navigazione in questi mari, né da decrepita marcescenza. La mia potrà forse apparire

un'osservazione azzardata, ma questo legno avrebbe tutte le caratteristiche della quercia spagnola,

se mai la quercia spagnola potesse essere dilatata e spianata con mezzi artificiali.

Rileggendo quest'ultima frase, mi torna nitido alla mente il curioso apoftegma di un vecchio

lupo di mare olandese: «È certo», soleva dire, quando la sua veracità veniva messa in dubbio, «così

come è certo che esiste un mare, dove la nave stessa cresce di mole, come il corpo vivo del

marinaio»...

Circa un'ora fa, ho avuto l'ardire di infilarmi in un gruppo di marinai. Non mi badarono per

nulla, e sebbene stessi proprio in mezzo a loro, parvero assolutamente ignari della mia presenza. Al

pari di quello che per primo avevo visto nella stiva, tutti recavano i segni di una canuta vecchiaia.

Avevano ginocchia tremolanti d'infermità; spalle piegate dall'età decrepita; pelle aggrinzita che

crepitava al vento; e voci basse, tremule e rotte; occhi ingrommati dagli anni e lucenti; e grigi

capelli incolti nella sferza della tempesta. Intorno a loro, per tutta la tolda, giacevano sparsi

strumenti matematici di foggia stravagante e obsoleta...

Ho menzionato, non molto tempo fa, quella vela spiegata. Da allora in poi la nave, sotto la

spinta del vento, ha continuato la sua orrida corsa verso sud, spiegato ogni straccio di vela, dalla

vela di gabbia alle bome dei coltellacci inferiori, immergendo di continuo i pennoni di parrocchetto

nel più terrificante inferno d'acqua che mente umana possa immaginare. Ho appena lasciato il

ponte, dove mi era impossibile reggermi in piedi, sebbene la ciurma non sembri gran che a disagio.

E per me il miracolo dei miracoli che questa nostra enorme mole non venga subito inghiottita, e per

sempre. Noi siamo certo condannati a stare continuamente sospesi sul ciglio dell'eternità senza mai

tuffarci definitivamente nell'abisso. Da marosi mille volte più formidabili di quanti io abbia mai

veduto scivoliamo via con la speditezza di sfreccianti gabbiani; e le onde colossali levano la testa

sopra di noi come demoni del profondo: demoni limitati alle sole minacce, ai quali è vietato

distruggere. Sono portato ad attribuire la nostra reiterata buona sorte alla sola causa naturale che

possa spiegare un effetto simile. Debbo supporre che la nave sia governata da qualche forte corrente

o da un impetuoso riflusso...

Ho visto il capitano a faccia a faccia, nella sua cabina, ma, come prevedevo, non mi ha

prestato la benché minima attenzione. Sebbene agli occhi di un osservatore casuale non vi sia nulla

nel suo aspetto che possa rivelarlo più o meno che umano, tuttavia un sentimento di irreprimibile

riverenza e timore si mescolava alla sensazione di stupore con cui lo riguardavo. Ha all'incirca la

mia statura, cinque piedi e otto pollici. La corporatura è proporzionata e compatta, non pesante, né

in altro senso rimarchevole. Ma è la singolarità dell'espressione che gli segna in volto quell'intensa,

mirabile, sconvolgente evidenza di una vecchiaia così estrema, così assoluta, che stimola nel mio

spirito un senso - un sentimento ineffabile. La sua fronte, benché appena rugata, sembra segnata

dall'impronta di millenni. I capelli grigi sono reliquie di un remoto passato, e gli occhi ancor più

grigi sibille del futuro. Il pavimento della cabina era tutto ricoperto di in-folio strani, chiusi da

fermagli di ferro, di strumenti scientifici guasti e mappe antichissime, da lungo tempo dimenticate.

Teneva il capo chino sulle mani e con occhio ardente, inquieto, studiava una carta che a me parve

una regia patente e che, ad ogni modo, recava la firma di un monarca. Mormorava fra sé - come

quel primo marinaio che vidi nella stiva - sommesse, querule sillabe in una lingua ignota; e benché

mentre parlava mi fosse vicinissimo, la sua voce parve giungermi da un miglio di distanza.

La nave e tutto ciò che contiene sono impregnati dello spirito di epoche remote . I marinai

vanno su e giù silenziosi, come spettri di secoli sepolti; gli occhi hanno un'espressione ansiosa e

inquieta; e quando le loro figure m'incrociano nella luce stranita delle lanterne da combattimento,

mi sento come mai mi sono sentito in passato, sebbene durante tutta la mia vita io abbia trattato in

antichità, assorbendo l'ombra delle colonne prostrate di Balbec, Tadmor, Persepoli, finché la mia

anima è divenuta anch'essa una rovina.

Quando mi guardo intorno, mi vergogno della mia apprensione di prima. Se tremavo alla

raffica che finora ci ha inseguiti, non rimarrò inorridito davanti a questa guerra di vento e d'oceano,

di cui parole come tornado e simun - logore, inadeguate parole - non possono render l'idea?

Dovunque, nelle immediate vicinanze della nave, è il nero della notte eterna, e un caos di acque

senza schiuma; a circa una lega da noi, su ambo i lati, si scorgono a intervalli, indistinti, prodigiosi

baluardi di ghiaccio, che torreggiano nel cielo desolato, simili alle mura dell'universo...

Come immaginavo, la nave è di fatto sospinta da una corrente, se con tale parola si può

propriamente definire una marea che, urlando e stridendo tra il biancore del ghiaccio, punta

tuonando a sud, con la velocità di precipite cascata...

Concepire l'orrore delle mie sensazioni e, suppongo, assolutamente impossibile; e tuttavia la

curiosità di penetrare i misteri di queste tremende regioni vince la mia stessa disperazione, e mi

riconcilierà il più orrido aspetto della morte. È evidente che stiamo precipitosamente avanzando

verso qualche rivelazione sconvolgente, verso qualche incomunicabile segreto, la cui conquista è la

morte. Forse questa corrente ci conduce direttamente al Polo Sud. Tale ipotesi, apparentemente così

stravagante, è, bisogna ammetterlo, suffragata da ogni probabilità...

I marinai percorrono il ponte con passi tremuli e inquieti; ma i loro volti esprimono piuttosto

l'ardore della speranza che l'apatia della disperazione.

Intanto il vento è ancora in poppa, e poiché inalberiamo una folla di vele, a volte la nave si

solleva, tutta quanta, alta sull'acqua. Oh, orrore sopra orrore! Di colpo, a dritta e a sinistra, il

ghiaccio si spalanca, e noi vertiginosamente ruotiamo in immensi cerchi concentrici tutt'intorno agli

orli di un gigantesco anfiteatro, la sommità delle cui mura si perdono nella tenebra e nella distanza.

Ma poco tempo mi rimarrà per meditare sul mio destino! Rapidamente i cerchi si restringono -

piombiamo nella morsa del gorgo - e fra i rombi e i mugghii e i tuoni dell'oceano e della tempesta,

la nave trema - oh Dio! - sprofonda!

Nota. Il «Manoscritto trovato in una bottiglia» fu originariamente pubblicato nel 1831, e

solo molti anni dopo venni a conoscenza delle carte del Mercator, nella cui rappresentazione

l'oceano, attraverso quattro bocche, precipita nel Golfo Polare (Settentrionale) per venire inghiottito

dalle viscere della Terra; il Polo vi è raffigurato da una roccia nera, che torreggia a prodigiosa

altezza.

 

 

 

 

L'UOMO DELLA FOLLA

Ce grand malheur de ne pouvoir être seul!

La Bruyère

È stato detto, molto opportunamente, d'un libro tedesco: «Es läßt sich nicht lesen», e cioè

che esso non si lascia leggere. Vi sono, difatto, dei segreti che non consentono a rivelarsi. Taluni

uomini muoiono, a notte, nel loro letto, torcendo le mani agli spettri cui si confessano e

riguardandoli pietosamente coi loro occhi smarriti... e v'è chi muore disperato con la gola strozzata

dalle convulsioni per l'orrore dei misteri che non vogliono svelarsi. Troppo spesso, ahimè, l'umana

coscienza porta seco un tale fardello d'orrore che non riesce a sbarazzarsene se non nella tomba. E

in tal modo, l'essenza di tutti i delitti rimane impenetrabile.

Non molto addietro, in sul finire d'una sera d'autunno, me ne stavo seduto davanti alla

grande vetrata del caffè D., a Londra. Ero stato ammalato per lunghi mesi e, allora, appena

convalescente, mentre man mano mi tornavano le forze, ero in una di quelle beate disposizioni

dell'animo che hanno le caratteristiche opposte a quelle della noia, quando cioè gli appetiti morali

sono ben tesi, e il velo che annebbia la mente è squarciato - l'$P÷ë˜ò Fïò ðñrí dðyåí$ - nel mentre

che l'intelletto, come elettrizzato, supera di molto le sue giornaliere capacità, al modo medesimo che

il nitido razionalismo di Leibniz vince sulla stolida e melliflua oratoria di Gorgia. Lo stesso respiro

m'era un godimento senza pari. E persino le innumeri origini dei miei malanni, in quel momento,

non mi davano che gioia. Provavo un sereno e pur profondo interesse in qualsiasi oggetto. Con un

sigaro in bocca e una gazzetta sulle ginocchia, mi ero divertito ora a leggere gli avvisi economici,

ora ad esaminare la promiscua clientela del caffè, ora a guardare al di là dei vetri appannati dal

fumo della strada.

Quest'ultima era una delle principali arterie della città ed era stata affollata l'intero dì. La

calca s'era ispessita all'imbrunire, ogni istante di più, sino a che, all'accendersi dei becchi, cominciò

a fluire in due opposte direzioni dense e continue. Non mi ero mai trovato, in quel particolare

momento della sera, nella disposizione d'animo in cui mi trovavo allora, e il mareggiare in tumulto

di quella folla di teste umane mi empiva d'una deliziosa e fresca emozione. Per modo ch'io cessai

affatto di prendere un qualsiasi interesse a ciò che accadeva nel caffè e mi concentrai, per contro, su

quel che vedevo accadere di fuori.

Le mie osservazioni furono, da principio, astratte e generiche. Cominciai col considerare i

passanti sotto il loro aspetto di massa e avendo la mente solo ai loro rapporti collettivi. Ma venni

dipoi, e gradualmente, ai particolari e m'applicai in un minuto esame allo scopo di vagliare la

diversità dei tipi dai loro vestiti, dall'aspetto, dall'andatura, dai volti e dall'espressione, infine, delle

loro fisionomie.

Eran, la maggior parte, uomini dall'aria soddisfatta e pacifica di chi fa professione d'affari e

sembravano occupati a null'altro che ad aprirsi un varco tra la ressa. Colle sopracciglia aggrottate,

movevano qua e là gli occhi, vivacemente, e se accadeva che qualcuno li urtasse, senza tuttavia

impazientirsi, si raggiustavano i panni e tiravano innanzi. Altri, anch'essi in gran numero,

avanzavano inquieti, col volto paonazzo e, in mezzo a ogni sorta di gesticolazioni, parlavan tra sé

come se fosse proprio quella infinita moltitudine a farli sentir soli con loro stessi. E qualora

accadeva loro di doversi fermare per un qualche inciampo, smettevano all'istante di borbottare ma

raddoppiavano, per contro, i loro gesti e, con sulla faccia un distratto riso ed esorbitante, al certo, la

loro effettiva allegria, attendevan che gli altri, sul cammino dei quali s'erano inseriti, continuassero

la loro strada. Se poi accadeva che venissero urtati, si profondevano subito in iscuse ed inchini,

dando atto della più profonda costernazione. Coteste due numerosissime categorie di persone, oltre

ciò che ho detto, non presentavano nient'altro di notevole. I loro abiti appartenevano a quel genere

di indumenti che sono oltremodo ben definiti dall'aggettivo decente. Dubbi sulla loro condizione

non ce ne potevano essere. Nobili erano, o mercanti, o magistrati, o provveditori, o agenti di borsa -

cupatridi e plebe - sia che vivessero di rendita, sia che trafficassero sulla propria o sull'altrui

responsabilità. Essi non attrassero troppo la mia attenzione.

Passai, così, alla massa degli impiegati che potevano, ancor essi, essere distinti in due

categorie. Quelli che appartenevano alle piccole ditte, innanzi tutto, i quali eran giovanotti dagli

abiti attillati, dai capelli grassi di pomata, dagli stivali ben lustri e dal labbro insolente, e ancora

avevano andatura baldanzosa, che io non saprei definire meglio che con la parola impiegatizia, e mi

sembrò che si comportassero secondo quella che, soltanto un anno o un anno e mezzo innanzi, era

stata la perfezione del bon ton. Essi sfoggiavano le loro dimesse grazie borghesi e tanto è sufficiente

a definirli. L'altra categoria era invece formata dagli impiegati superiori appartenenti a imprese più

solide, gli steady old fellows, insomma, e anche sul loro conto non c'era da prendere abbagli.

Costoro si davano a conoscere di primo acchito, per , loro ampi abiti scuri, per le cravatte e i gilé

bianchi, le scarpe comode e forti, le calze grosse e infine per le uose. Eran quasi tutti calvi, e le loro

orecchie destre, avvezze da tempo, ormai, a reggere la penna, sporgevano in fuori con la punta

ripiegata in modo curioso e ridicolo. Osservai che essi si levavano e si rimettevano il cappello con

tutt'e due le mani, e che portavan tutti degli orologi con certe catene tozze e massicce e di foggia

sorpassata. Essi ostentavano tutti d'esser persone rispettabili, posto che esista un tipo tanto

onorevole di ostentazione.

Vidi ancora numerosi individui di apparenza brillante e subito compresi che non potevano

essere se non i tagliaborse, i quali infestano immancabilmente le grandi città. Io li osservai a lungo e

con curiosità, e mi domandai che cosa poteva farli scambiare per dei gentiluomini, appunto, dai veri

gentiluomini. I loro voluminosi polsini, e l'aria di eccessiva franchezza che si prestavano, li davano

a conoscere, anche costoro, alla prima occhiata.

I giocatori di professione eran quelli che s'avvistavano con sicurezza anche maggiore ed

infatti ne ebbi a notare diversi. Vestivano nei modi più bizzarri e differenti, da quello del maquerau

patentato, col gilé di velluto, la cravatta a colori fantasia, la catena di rame dorato e i bottoni di

filigrana, all'altro, scrupolosamente disadorno, dell'uomo di chiesa che consente di non destare

alcun sospetto all'ingiro. Avevan tutti, però, la carnagione scura, l'occhio annebbiato e le labbra

pallide. E ancora, perché si potessero subito riconoscere, presentavano altre due caratteristiche: vale

a dire il tono basso di voce che ostentavano un po' tutti, e la non diffusa abitudine di stendere

continuamente il pollice in modo da formare un angolo retto colle altre dita. Eppure in mezzo a

cotesti mariuoli, mi accadde di notare che avevano abitudini e inclinazioni più particolarmente

eccezionali e che nondimeno li dimostravano uscenti dalla medesima risma. A volerli esattamente

definire, si potrebbe dire, di essi, che vivono della loro furbizia e vanno divisi parimenti in due

categorie; quella dei dilettanti e l'altra dei militanti, la prima delle quali possiede come caratteristica

le lunghe zazzere e i sorrisi, mentre l'altra va fiera degli alamari e delle sopracciglia aggrottate.

E come venni più in basso nella scala sociale, incontrai più sinistri e meditativi soggetti di

indagine. Vidi così merciaiuoli ebrei dalle facce che mostravano in ogni lor tratto la più abbietta

umiliazione, eccetto che nel brillio degli occhi, simili a quelli dei falchi; sfacciati individui i quali

s'erano dati alla mendicità soltanto per entrare in ipocrita e torva concorrenza coi mendicanti reali

che soltanto la disperazione aveva ridotti a quell'esercizio, grami, spettrali, malati, sui quali la

Morte aveva già posato la sua mano ad abbrancarli, e che si trascinavano stentando tra la calca,

fiutando, con supplici sguardi, nei volti del prossimo, una qualche fortuita consolazione, una

qualche perduta speranza. E ancora modeste ragazzette che tornavano a casa dal loro lungo e

affaticante lavoro senza gioia, e che si ritraevano, più avvilite che sdegnate, alle occhiate di quegli

insolenti di cui era impossibile evitare il contatto. E donne pubbliche d'ogni età e grado, da quelle

nel pieno fiorire d'una incontestabile bellezza che riportano alla mente la statua, di cui dice Luciano

che è foggiata di pario marmo all'esterno ed è sostenuta di dentro dal fango e dalla sozzura, alle

altre abbiette e ripugnanti, lebbrose rivestite di cenci, streghe grinzose sovraccariche di belletti e di

falsi gioielli, nell'ultimo sforzo di apparir giovani, e ancora alle fanciulle dal corpo ancora acerbo,

ma già perfidamente addestrate, da qualche prolungata convivenza, alle orribili civetterie di quel

loro commercio e divorate dall'ambizione di eguagliare, nel vizio, le compagne più anziane. E

ubriachi, infine, in un numero inusitato, dall'aspetto indescrivibile, barcollanti, taluni, nei loro cenci,

mentre procedevano dinoccolati colle facce illividite e gli occhi vitrei dei cadaveri, e propriamente

vestiti ma insudiciati tal'altri, e a fatica disinvolti, con le grasse labbra sensuali e le facce ispiranti

una rubizza cordialità e altri ancora insaccati in indumenti che erano stati eccellenti in un tempo

lontano e che apparivano oggetto, tuttora, d'attente e amorose spazzolature, e che venivano innanzi

con andatura più rigida, ovvero più elastica del verosimile, eppure orribilmente pallidi nel volto,

con lampi selvaggi negli occhi accesi e persi nella continua ricerca, pur nel loro frettoloso orgasmo,

di qualcosa a cui avvinghiarsi colle loro dita tremanti. E pasticcieri e cascherini e carbonai e

spazzacamini e suonatori ambulanti d'organino e operai laceri e lavoratori d'ogni specie, esausti

dalla loro fatica, chiassosamente affaccendati in un continuo e sregolato andirivieni che offendeva

l'occhio per la sua assenza d'armonia.

E come la notte avanzava, più cresceva in me l'interesse per quello spettacolo. E non

soltanto perché la folla mutava, col rarefarsi dei migliori, i suoi tratti più nobili e accentuava, col

graduale eruttar delle infamie, i più volgari, ma anche perché la luce dei becchi di gaz, flebile,

dapprima, nella sua lotta col giorno che moriva, andava man mano rinfrancandosi e avviluppando

gli oggetti col suo spasmodico, abbagliante brillio. Tutto era nero ma tutto, insieme, riluceva, simile

a quell'ebano cui fu paragonato lo stile di Tertulliano.

I nuovi e strani effetti di quella luce mi inducevano a scrutare le fisionomie dei singoli

individui, e nonostante essi passassero rapidamente dinanzi alla vetrina, consentendo appena che io

li sbirciassi d'una sola occhiata, pure ritenni per quella mia particolare disposizione dello spirito, di

poter leggere, con quell'unica, la storia di lunghi anni.

Avevo la fronte incollata al vetro e me ne stavo da null'altro occupato che da quella bizzarra

rassegna, allorché la fisionomia d'un vecchio di sessantacinque o settant'anni attirò la mia

attenzione, per l'assoluta singolarità della sua espressione. Non rammentavo d'aver mai veduto una

cosa del genere. Com'ebbi posato lo sguardo su quel volto, il primo pensiero che attraversasse il

mio cervello fu che se Retszch lo avesse incontrato, subito ne avrebbe fatto un modello per le sue

rappresentazioni pittoriche del demonio. Nell'atto medesimo che io compivo di guardarlo, le più

stravaganti immagini di genio e d'avarizia, di cupidigia e di avidità, di malizia, di circospezione, di

ferocia, d'orgoglio, di gioia, di panico e infine di intensa e suprema disperazione, mi invasero, in

frotta disordinata, la mente, nel mentre ch'io mi sforzavo, invano, di penetrarne il significato. D'un

subito mi sentii più che mai sveglio e soggiogato. «Quale furiosa storia non è suggellata in quel

petto!», mi dissi. E, compreso d'un desiderio ardente di non perdere di vista quell'uomo e di

conoscere sul suo conto qualcosa di più, mi infilai il pastrano in un sol gesto, agguantai il cappello

ed il bastone e mi lanciai nella strada, aprendomi a fatica una via nella calca nella stessa direzione

in cui quegli sembrava essere scomparso. Pervenuto, non senza qualche difficoltà, a ritrovarlo, e

raggiunto che l'ebbi, gli tenni dietro, a distanza breve, studioso, nondimeno, com'è naturale, di non

risvegliare alcun suo sospetto.

Avevo, intanto, l'opportunità d'esaminare la sua persona. Egli era basso di statura e molto

magro, come anche allo stremo delle sue forze. Gli abiti erano sudici e a brandelli. Al bagliore dei

becchi, sotto ai quali, di tratto in tratto, egli passava, m'avvidi che aveva una camicia e che essa,

benché fosse sudicia, era d'un finissimo tessuto, e attraverso una spaccatura della sua giacca attillata

- la quale appariva acquistata d'occasione - mi sembrò vedere, se la vista non ebbe a giocarmi, il

brillio d'un diamante, ovvero d'un dado. Tutto questo valse ad eccitare vieppiù la mia curiosità ed io

decisi di seguire lo sconosciuto per ogni dove, in qualsiasi luogo egli fosse andato.

La notte, ormai, era scesa completamente, ed una nebbia umida e densa, la quale, poco dopo,

si tramutò in una pioggia sottile, fastidiosa e insistente, avvolse la città in tutta la sua estensione.

Quel mutamento delle condizioni atmosferiche sortì un effetto bizzarro sulla folla, la quale,

agitandosi tutta con nuovo e unisono movimento, riparo sotto un universo di parapioggia. Gli

ondulamenti, gli urti, la confusione furono accresciuti le dieci volte tanto. Quanto a me, non mi

diedi, per la pioggia, alcun pensiero e per la febbre, anzi, che ancora mi si annidava nel sangue,

quella umidità mi comunicava lo squisito piacere del rischio. Portai un fazzoletto alla bocca e tirai

innanzi. Il vecchio seguitò a fatica la sua strada, lungo il corso, per tutta una mezz'ora ed io, per

evitare di perderlo di vista, camminavo, con lui, di pari passo, gomito a gomito. Ma non volgendo

egli giammai il capo a guardare, non s'accorse di me. A un tratto infilò una via trasversale, meno

affollata dell'altra dove avevamo camminato fin lì, la quale gli consentì di cambiare il ritmo

dell'andatura e di prendere un passo più lento e meno risoluto, che mi parve, a tratti, perfino

esitante. Egli attraversava la via, dall'uno all'altro marciapiede, senza che vi fosse, per questo uno

scopo apparente, e mi costrinse, così, a ripetere quel suo curioso andirivieni. La via era stretta e

molto lunga ed egli impiegò, a percorrerla tutta, press'a poco un'ora, per modo che la folla, infine,

s'era ridotta appena a quella che si può vedere solitamente a Broadway verso mezzodì, nelle

immediate adiacenze del parco (io faccio un tale rilievo, s'intende, solo per dare a vedere la

differenza che passa tra la folla di Londra e quella della più popolosa città d'America). Una seconda

svolta lo menò a una piazza piena di luce e di vita: quivi lo sconosciuto riprese il suo contegno di

prima, lasciò cadere il mento sul petto, roteò furiose occhiate per tutto all'intorno di sotto alle

sopracciglia corrugate e, mirando la gente che l'incrociava, riprese a camminare con una certa fretta

e risoluzione. Com'ebbe compiuto un intero periplo della piazza, io fui non poco sorpreso

nell'accorgermi ch'egli tornava indietro sui suoi passi e la sorpresa crebbe allorché lo vidi

ricominciare una seconda volta e quindi una terza, e una quarta e via di seguito. E a un tratto,

essendosi voltato improvvisamente, fu a un pelo dall'accorgersi di me che lo seguivo.

In quell'esercizio, dunque, egli impiegò un'altra oretta così che, allo scoccare di quella, la

folla era divenuta tanto rada da non costituire più un intralcio al cammino. La pioggia cominciò a

cadere con rinnovata violenza e, come il freddo morse più intenso, i passanti cominciarono e

ritirarsi nelle loro case. Lo sconosciuto, allora, con un gesto come d'impazienza, infilò una nuova

traversa quasi affatto deserta. Lungo di essa, vale a dire all'incirca per tutt'intero un quarto di miglio,

egli mantenne un passo tale che io a stento potevo tenergli dietro, tale che, per un uomo della sua

apparente età, poteva sembrare incredibile. In pochi minuti egli arrivò così in un vasto e

tumultuante mercato che pareva essergli più che familiare, e ancora una volta riprese il suo

andirivieni senza motivo, in mezzo alla folla dei venditori e degli acquirenti.

Per tutt'intera l'ora e mezza che egli vi si trattenne, fui costretto a usare una accorta prudenza

per non perderlo di vista e nello stesso tempo non attrarre la sua attenzione. Avevo, per fortuna, un

paio di soprascarpe di caucciù e grazie ad esse, nel mentre che camminavo, non producevo alcun

rumore, così che egli non poté avere alcun sospetto che io lo stavo spiando. Visitò tutte le botteghe,

una dopo l'altra, e nondimeno non contrattò nulla, né pronunziò alcuna parola, ma solo buttò sulla

merce uno sguardo smarrito e assente. Per modo che io, al colmo della meraviglia per quella sua

condotta, mi Incaponii maggiormente a non abbandonarlo, innanzi che non avessi, in qualche modo,

soddisfatta la curiosità che egli mi ispirava.

Un rimbombante orologio batté in quel punto gli undici tocchi, e la gente sfollò in fretta. Un

bottegaio, nel mentre che applicava la sua saracinesca, picchiò il vecchio con una gomitata e questi

apparve, d'un subito, squassato da un violento tremore per tutta la persona. Si buttò a precipizio

nella via, dopo aver guatato attorno in ansia e poi si mise a correre per un labirinto di straduzze

deserte fintanto che non ebbe di nuovo raggiunta la grande arteria da cui eravamo partiti e cioè la

via dove s'apriva il caffè D. L'aspetto di questa era, a quell'ora, del tutto mutato. Fulgeva, ancora, di

tutti i suoi becchi, ma per la pioggia ostinata e fitta non vi passava quasi più nessuno. Vidi lo

sconosciuto sbiancarsi man mano. Mosse, palesemente irritato, qualche passo e poi ripiegò nella

direzione del fiume, attraversando un nuovo labirinto di vicoli, fintanto che giunse in vista d'uno dei

maggiori teatri della città, nel mentre che la folla, a spettacolo finito, si riversava, da tutte le porte

spalancate, nella strada. Il vecchio, allora, aperse la bocca come per emettere un gran respiro che

avesse covato, e lo vidi buttarsi a capofitto frammezzo alla folla. L'espressione di profonda

angoscia, di cui portava i segni sul viso, parve distendersi; reclinò nuovamente il capo sul petto e

nuovamente apparve quale lo avevo visto nel primo istante. Osservai ch'egli s'era incamminato

seguendo la strada più affollata e, nondimeno, il suo comportamento rimaneva del tutto

incomprensibile.

Ma poiché il gruppo dietro al quale egli sembrava essersi messo, si diradava man mano,

m'accorgevo che il poveretto era riacciuffato dalla sua inquietudine di prima. Si trascinò ancora

qualche tempo dietro un ultimo relitto di folla, una dozzina appena di schiamazzatori, ma come

costoro, separandosi un po' alla volta, rimasero, allo svolto d'un vicolo oscuro, soltanto in tre, lo

sconosciuto si fermò, e rimase un attimo sopra pensiero. Preda, poi, d'una straordinaria agitazione,

egli infilò, a rapidi passi, una via che ci menò a una delle estreme propaggini della città, in luoghi

del tutto differenti da quelli che avevamo attraversati fino allora, in un quartiere dei bassifondi

londinesi, dove ogni oggetto portava il marchio della più miserabile abbiezione e del vizio più

disperato. Alla torbida luce dei becchi di gaz, intravvidi alti e vecchi caseggiati di legno rosicchiati

dai tarli e raggruppati tra loro in un modo così sregolato e capriccioso che sembrava non esistesse

alcun andito per potervi passare frammezzo. Il rigoglioso crescere delle erbacce aveva svelti, qua e

là, i ciottoli del selciato ed immondizie imputridite stagnavano nelle cunette: l'atmosfera intorno era

pregna di desolazione. Ma nel mentre che noi procedevamo, il rumore della vita ci veniva incontro,

man mano, sempre più distinto e, a un tratto, vedemmo, nell'oscurità, scomposte torme di gente che

s'agitava: erano le più abbandonate canaglie della plebaglia londinese. Il vecchio parve allora

rianimarsi di nuovo e palpitare d'un guizzo di vita simile a quello che manda una lampada che sia

presso a estinguersi, e ancora una volta riprese a camminare con una certa risoluzione e speditezza.

A una svolta, un bagliore fiammeggiò dinanzi ai nostri sguardi. E difatto noi eravamo sulla soglia di

uno dei più maestosi templi che i sobborghi abbiano eretti, in nome dell'intemperanza, al dèmone

Gin.

Era l'alba, ormai, e una folla di ubriachi si stipava ancora di fronte al pomposo accesso. Il

vecchio trattenne a metà un grido di gioia selvaggia e di nuovo si buttò in mezzo alla calca, e di

nuovo riprese il suo primitivo atteggiamento nel mentre che misurava in lungo e in largo, senza

alcuno scopo plausibile, l'ingresso del locale. Egli non era occupato da gran tempo, in

quell'esercizio dell'andare e venire, allorché un fiotto di gente che si precipitò dall'interno, verso le

porte, fece capire che era giunto il momento di chiudere. Ciò ch'io potei leggere allora, nel volto

dell'individuo sul quale la mia curiosità si stava esercitando con tanto accanimento, era qualcosa che

passava, per l'intensità, la rappresentazione di un'anima disperata. Ed egli, tuttavia non si diede per

vinto, e in un novello e pazzo impulso ritornò sui suoi passi verso il cuore possente di Londra.

Corse per lungo tempo e con grande velocità ed io non smettevo di tenergli dietro, portato quasi

dalla mia stessa meraviglia, deciso fino in fondo a non desistere da quella indagine che avevi

assorbito tutt'intere le mie facoltà. Correvamo ancora quando sorse il sole e quando raggiungemmo

ancora una volta il centro della città popolosa, e cioè a dire la via del caffè D., noi vi ritrovammo,

nuovamente desti, il movimento e l'attività della calca che lo avevano caratterizzato il giorno

innanzi. E in quel tumulto che s'accresceva ad ogni istante, io continuai vieppiù l'inseguimento dello

sconosciuto. Ed egli, come la notte precedente, non faceva che andare e venire, né, per tutt'intera

quella giornata, ebbe benché minimamente ad allontanarsi dal vortice spietato di quella via.

Annientato dalla fatica com'ero, al cader della seconda sera, affrontai risolutamente lo

sconosciuto e lo fissai negli occhi. Ma egli fece la vista di non accorgersene. E riprese, d'un subito,

la sua solenne andatura, mentre io rimanevo immobile a riguardarlo, e a seguirlo non mi bastava più

l'animo. «Questo vecchio», dissi allora a me stesso, «è il genio caratteristico del delitto più efferato.

Egli non vuole rimanere solo. È l'uomo della folla. Sarebbe invano che lo continuassi a seguirlo,

giacché non riuscirei a sapere di lui e delle sue azioni nulla più di quanto egli già non mi abbia fatto

sapere. Il più malvagio cuore che esista al mondo è un libro ancor più volgare dell'Hortulus animae

e dobbiamo gratitudine alla pietà di Dio che es läßt sich nicht lesen».

 

 

 

 

ELEONORA

Sub conservatione formae specificae salva anima.

Raimondo Lullo

Io discendo da una stirpe nota per vigore di fantasia e ardore di passione. Gli uomini mi

hanno chiamato pazzo, ma ancora non è risolta la questione se la pazzia sia o meno l'intelligenza

più elevata, se molto di ciò che v'è di splendido, se tutto ciò che è profondo non scaturisca da una

malattia del pensiero, da umori della mente esaltata a spese del comune intelletto. Coloro che

sognano ad occhi aperti sono consci di molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte. Nelle loro

grigie visioni colgono frammenti d'eternità e destandosi fremono nell'intimo allo scoprire d'esser

stati sulla soglia del gran segreto. A tratti, apprendono qualcosa della sapienza che ha per oggetto il

bene, e qualcosa di più sulla pura conoscenza del male. Penetrano, benché senza timone o bussola,

nel vasto oceano della «luce ineffabile» e una volta ancora, come gli avventurieri del geografo

nubiano, «agressi sunt Mare Tenebrarum quid in eo esset exploraturi».

Diremo dunque che io sono pazzo. Ammetto, almeno, che nella mia esistenza mentale vi

sono due condizioni distinte: una di ragione lucida, irrefutabile, e relativa alla memoria di eventi

che formano la prima parte della mia vita, e una d'ombra e di dubbio che appartiene al presente e al

ricordo di quella che costituisce la seconda grande epoca della mia esistenza. Perciò quanto dirò di

quel primo periodo, credetelo; e a quel che potrò narrare del tempo successivo prestate solo quel

credito che sembri dovuto; o dubitatene affatto; o ancora, se non saprete dubitarne, siate come

Edipo di fronte al suo enigma.

La donna che amai in gioventù e della quale ora, calmo e perfettamente lucido, scrivo questi

ricordi era l'unica figlia dell'unica sorella di mia madre, da tempo scomparsa. Eleonora era il nome

di mia cugina. Avevamo sempre vissuto insieme, sotto un sole tropicale, nella Valle dell'Erba

Multicolore. Mai passo straniero giunse a quella valle, poiché essa giaceva lontano, fra alture

gigantesche che strapiombavano tutt'intorno, escludendo la luce del sole dai suoi più soavi recessi.

Non v'era, nelle vicinanze, sentiero battuto e per raggiungere la nostra felice dimora bisognava

scostare a forza il fogliame di mille e mille alberi d'antiche foreste e calpestare a morte la

splendente bellezza di milioni di fiori fragranti. E così fu che vivemmo soli, senza nulla sapere del

mondo oltre la valle: io, mio cugina e sua madre.

Dalle fosche contrade di là delle montagne che formavano l'estremo, più alto confine del

nostro circoscritto dominio defluiva un fiume angusto e profondo, più luminoso d'ogni altra cosa

tranne gli occhi di Eleonora; e serpeggiando lento in molti meandri, spariva infine attraverso una

gola ombrosa tra colli ancor più foschi di quelli da cui era scaturito. Noi lo chiamavamo «Fiume del

Silenzio», perché pareva che tutto nel suo fluire invitasse a una quiete senza suono. Non un

murmure si levava dal suo letto, e così dolcemente vagava nel suo corso che i ciottoli perlacei che

amavamo guardare, giù in fondo al suo seno, non si muovevan per nulla, ma giacevano in immoto

contento, ciascuno al suo posto di sempre, rifulgendo perenni.

Il margine del fiume, e dei molti abbaglianti ruscelli che per vie oblique vi confluivano,

come pure gli spazi che dai margini si stendevano alle acque più profonde fino al letto sassoso,

erano, al pari dell'intera superficie della valle, dal fiume alle montagne che le facevano cerchio,

rivestiti di un soffice tappeto di erba tenera e verde, fitta e perfettamente uniforme, olezzante di

vaniglia, ma talmente costellata di gialli ranuncoli, candide margherite, violette purpuree e asfodeli

rossi come rubini, che in alti accenti la sua sovrana bellezza parlava ai nostri cuori dell'amore e

della gloria di Dio.

E qua e là, in boschi sparsi per le distese d'erba, come in vergini terre di sogno, si levavano

alberi fantastici, i cui tronchi alti e slanciati non si ergevano diritti ma s'inchinavano con grazia

verso la luce che a mezzogiorno s'affacciava sul centro della valle. La loro corteccia si variegava

d'alterni balenii d'ebano e d'argento ed era più liscia d'ogni cosa tranne le guance di Eleonora; così

che, non fosse stato per il verde brillante delle enormi foglie che dalle cime si spandevano in lunghe

linee tremule, scherzando con gli zefiri, si sarebbe potuto scambiarli per giganteschi serpenti di

Siria nell'atto di rendere omaggio al loro Sovrano, il Sole.

La mano nella mano, quindici anni vagai per questa valle con Eleonora, prima che amore

entrasse nei nostri cuori. Fu una sera, al volgere del terzo lustro della sua vita, e quarto della mia,

che sedemmo abbracciati sotto gli alberi serpentini, guardando nelle acque del Fiume del Silenzio le

nostre immagini che vi si rispecchiavano. Per il resto di quella dolce giornata non dicemmo parola;

e anche all'indomani le nostre parole furono tremule e rare. Avevamo tratto da quell'onda il dio

Eros, e ora sentivamo che egli aveva acceso dentro di noi le anime di fuoco dei nostri antenati. Le

passioni che da secoli segnavano la nostra stirpe si scatenarono in folla insieme alle estatiche visioni

per le quali essa era stata del pari famosa, e assieme spirarono una delirante felicità sulla Valle

dell'Erba Multicolore. Ogni cosa si trasmutò. Strani fiori brillanti a forma di stelle si schiusero a un

tratto su alberi ove mai in passato s'era visto alcun fiore. Le tinte del tappeto erboso si caricarono

d'un verde più intenso; e quando, ad una ad una, appassirono le candide margherite, sbocciarono al

loro posto, a decine, gli asfodeli rossi come rubini. E sul nostro cammino si destava la vita; poiché il

lungo fenicottero, mai veduto fino allora, con tutti gli uccelli dalle cangianti, vivide piume, spiegava

davanti a noi lo scarlatto delle sue ali. Pesci d'oro e d'argento popolavano il fiume, dal cui seno

saliva, in graduale crescendo, un murmure che si mutava infine in una melodia dolce-suadente, più

divina dell'arpa eolia, più soave d'ogni altra voce tranne quella di Eleonora. E ora, inoltre, una gran

nube che avevamo a lungo osservato nelle regioni d'Espero, s'alzò fluttuando in una gloria di

cremisi e d 'oro, e sostando quieta sopra di noi, s'abbassò di giorno in giorno sempre di più, finché i

suoi orli posarono, sulle vette dei monti, mutando la loro foschia in splendore e rinchiudendoci per

sempre, forse, in una magica prigione di grandiosità e di gloria.

La leggiadria di Eleonora era quella dei serafini; ma ella era una fanciulla semplice e

innocente come la breve vita che aveva trascorsa tra i fiori. Nessun artificio mascherava il fervore

del sentimento che le animava il cuore, e con me esaminò i suoi più segreti recessi mentre

vagavamo insieme per la Valle dell'Erba Multicolore, e discorrevamo dei grandi mutamenti che

negli ultimi tempi vi erano sopravvenuti.

Finalmente, avendo un giorno parlato tra le lacrime dell'ultimo, triste mutamento che doveva

colpire l'umanità, da allora in poi si soffermò unicamente su questo tema doloroso, intessendolo in

tutte le nostre conversazioni, come nelle canzoni del bardo di Shiraz si notano, più volte ricorrenti

in ogni suggestiva variazione di fraseggio, le stesse immagini.

Aveva visto che il dito della Morte era sul suo petto, che al pari della effimera ella era stata

fatta perfetta nella sua leggiadria solo per morire; ma i terrori della tomba stavano per lei solo in una

considerazione che mi rivelò, una sera al crepuscolo, presso le rive del Fiume del Silenzio. Si

struggeva al pensiero che io, dopo averle dato sepoltura nella Valle dell'Erba Multicolore, ne

abbandonassi per sempre i recessi felici e donassi l'amore che ora era così appassionatamente suo a

una qualche fanciulla del quotidiano mondo di fuori. E io subito mi gettai ai piedi di Eleonora, e

feci voto a lei e al Cielo che mai mi sarei legato in matrimonio a figlia alcuna della Terra, mai avrei

tradito la sua cara memoria, o la memoria del devoto affetto di cui m'aveva fatto dono. E invocai il

Re Sovrano dell'Universo a testimone della pia solennità del mio voto. E la maledizione che da Lui

e da lei, santa nell'Eliso, invocai qualora fossi venuto meno a quella promessa comportava un

castigo di così immenso orrore che non posso lasciarne qui testimonianza scritta. E gli occhi

luminosi di Eleonora si fecero più luminosi alle mie parole; e sospirò come se un peso mortale le

fosse levato dal petto; e tremò e pianse amaramente; ma accettò il voto (che altro era se non una

bambina?), ed esso le rese dolce il letto di morte. E di lì a non molti giorni, prima di partirsene in

pace, mi disse che a causa di quanto avevo fatto per confortare il suo spirito, in quello spirito

avrebbe vegliato su di me dopo avermi lasciato e, se ciò le fosse stato concesso, visibilmente

sarebbe tornata a me nelle veglie notturne; ma, se ciò non era in potere delle anime del Paradiso, mi

avrebbe almeno dato frequenti segni della sua presenza, sospirando su me nei venti della sera o

empiendo l'aria che respiravo dei profumi esalanti dagli incensieri degli angeli. E con queste parole

sulle labbra, rese a Dio la sua vita innocente, ponendo fine alla prima epoca della mia vita.

Fin qui ho fedelmente narrato. Ma varcando la barriera che la morte della mia diletta forma

nel sentiero del Tempo, e passando alla seconda epoca della mia esistenza, sento che un'ombra mi

s'addensa nella mente e nutro qualche dubbio sulla completa attendibilità della mia testimonianza.

Ma proseguiamo. Gli anni si trascinavano grevi, e ancora dimoravo nella Valle dell'Erba

Multicolore; ma un secondo mutamento era sopravvenuto in tutte le cose. I fiori a forma di stelle si

ritrassero entro i tronchi degli alberi e non ricomparvero più. Il verde del tappeto erboso si stinse; e

ad uno ad uno gli asfodeli rossi come rubini appassirono e al loro posto spuntarono, a decine, viole

simili ad occhi scuri, che si torcevano inquiete ed eran gravide di perpetue rugiade. E sul nostro

cammino si spense la vita, poiché il lungo fenicottero non spiegò più davanti a noi lo scarlatto delle

sue ali, ma triste s'involò dalla valle alle colline con tutti gli uccelli dalle cangianti, vivide piume

che insieme a lui erano giunti. E i pesci d'oro e d'argento guizzarono giù per la gola che nella parte

più bassa formava il confine del nostro dominio e non allietarono più il dolce fiume, e la melodia

dolce-suadente, che era stata più soave dell'arpa eolia mossa dal vento e più divina d'ogni altra cosa

tranne la voce di Eleonora, smorì a poco a poco in murmuri sempre più sommessi sinché infine il

fiume non ritornò alla solennità del suo assoluto, originario silenzio. E poi, da ultimo, la gran nube

si alzò e, abbandonando le vette dei monti all'antica foschia, ricadde nelle regioni d'Espero, e privò

la Valle dell'Erba Multicolore di tutta la pompa dei suoi aurei molteplici splendori.

Eppure le promesse di Eleonora non furono dimenticate; poiché udivo il suono degli

oscillanti incensieri degli angeli; e ondate di sacri profumi fluttuavano perenni sulla valle; e nelle

ore solitarie, quando più greve mi batteva il cuore, i venti che mi lambivano la fronte giungevano a

me carichi di sommessi sospiri; e mormorii indistinti spesso empivano l'aria notturna; e una volta -

oh, ma solo una volta! - fui destato da un sonno come sonno di morte dal bacio di labbra spirituali.

Ma anche così il vuoto entro il mio cuore non riusciva a colmarsi. Anelavo all'amore che in

passato l'aveva riempito fino a traboccarne. Infine la valle mi oppresse per il ricordo di Eleonora, e

la lasciai per sempre per le vanità e i turbolenti trionfi del mondo.

Mi trovavo in una città straniera, dove tutto avrebbe potuto giovare a cancellare dalla

memoria i dolci sogni così a lungo sognati nella Valle dell'Erba Multicolore. La pompa e il fasto di

una corte maestosa e il folle clangore delle armi e la radiosa leggiadria delle donne stordivano e

inebriavano la mia mente. Ma finora il mio animo aveva tenuto fede ai suoi voti, e nelle silenti ore

notturne coglievo ancora i segni della presenza di Eleonora. D'un tratto, questi segni cessarono; e il

mondo s'oscurò ai miei occhi, e rimasi sgomento ai pensieri brucianti che mi possedevano, alle

terribili tentazioni che mi assalivano: poiché da una terra lontana, remota e sconosciuta, venne alla

gaia corte del re che servivo una fanciulla alla cui bellezza tutto il mio cuore infedele subito cedette,

ai cui piedi mi prostrai senza lotta, nella più ardente, nella più abietta schiavitù d'amore. E che

cos'era infatti la mia passione per la giovinetta della valle in confronto al fervore, al delirio e

all'esaltante estasi di adorazione con cui riversavo in lacrime tutta la mia anima ai piedi dell'eterea

Ermengarda? Oh, luminosa era la serafica Ermengarda! e in questa certezza non v'era posto per

nessun'altra. Oh, divina era l'angelica Ermengarda! e guardando nel profondo dei suoi occhi

rammemoranti pensavo soltanto ad essi: e a lei.

Mi sposai; e non temetti la maledizione che avevo invocato; e la sua amarezza non mi fu

inflitta. E una volta ancora, ma solo una volta nel silenzio notturno, mi giunsero attraverso la grata

della mia finestra i sospiri sommessi che mi avevano abbandonato; e si modellarono in voce soave e

familiare, che diceva:

«Dormi in pace! perché lo Spirito dell'Amore regna ed impera, e stringendo al tuo cuore

appassionato colei che è Ermengarda, tu sei sciolto, per ragioni che ti saranno rivelate in Cielo, dai

tuoi voti a Eleonora».

 

 

 

 

Quattro morti in una

 

Antioco Epifane è generalmente ritenuto il Gog del profeta Ezechiele. Onore, questo, che

più propriamente spetterebbe a Cambise, figlio di Ciro. E, in verità, la personalità del monarca

siriano non ha assolutamente bisogno di abbellimenti extra. La sua ascesa al trono, l'usurpazione

della sovranità, centosettantun anni prima della venuta di Cristo; il tentativo di mettere a sacco il

tempio di Diana a Efeso; l'implacabile ostilità nei confronti degli ebrei; la profanazione del Santo

dei Santi; e la sua miserabile fine a Taba, dopo un tempestoso regno di undici anni, sono circostanze

più che rilevanti, e pertanto più generalmente registrate dagli storici dell'epoca, che non le imprese

empie, ignobili, crudeli, stolide e stravaganti cui assommano la sua vita privata e la sua reputazione.

Supponiamo, o cortese lettore, che sia questo l'anno tremilaottocentotrenta dalla creazione

del mondo, e immaginiamo per qualche istante di trovarci in quella grottesca dimora d'uomini, la

illustre città di Antiochia. Lo so, in Siria ed altre regioni v'erano sedici città così denominate, oltre a

quella cui in particolare alludo. Ma questa, la nostra, andò sotto il nome di Antiochia Epidafne,

perché prossima al villaggio di Dafne, dove si trovava un tempio sacro a tale divinità. Fu costruita

(ma v'è qualche dissenso in proposito) da Seleuco Nicanor, primo re di quelle province dopo

Alessandro Magno, in memoria del padre Antioco, e immediatamente divenne la residenza della

monarchia siriana. Nei tempi di massimo splendore dell'Impero Romano, fu sede abituale del

prefetto delle Province Orientali; e molti degli imperatori della città-regina (tra i quali meritano

speciale menzione Vero e Valente) qui trascorsero la maggior parte della loro vita. Ma, se non vado

errato, siamo giunti alla città. Saliamo su questo bastione, e diamo uno sguardo all'abitato e alla

regione circostante.

«Quale ampio e rapinoso fiume è mai questo che s'apre a forza la strada con innumeri

cascate, tra una selva di montagne, e poi tra una selva di edifici?».

È l'Oronte: la sola acqua visibile, ad eccezione del Mediterraneo che, come ampio specchio,

si estende per quasi dodici miglia verso sud. Tutti hanno visto il Mediterraneo, ma sono pochi,

lasciatevelo dire, coloro che hanno dato un'occhiata ad Antiochia. E per pochi intendo i pochi che,

come voi e come me, abbiano anche avuto i vantaggi di un'educazione moderna. Perciò, cessate di

contemplare il mare, e volgete invece tutta la vostra attenzione alla distesa di case che s'allarga sotto

di noi. Dovete ricordare che questo è l'anno tremilaottocentotrenta dalla creazione del mondo. Se

fosse più tardi - se, ad esempio, fosse l'anno del Signore milleottocentoquarantacinque - saremmo

privati di questo straordinario spettacolo. Nel diciannovesimo secolo Antiochia versa - anzi, verserà

- in pietose condizioni di decadenza. Per quella data, sarà stata totalmente distrutta, in tre periodi, da

tre successivi terremoti. E veramente, quel poco che sarà rimasto del suo aspetto originario si

troverà in così lamentevole stato di rovina, che il Patriarca avrà trasferito la sua residenza a

Damasco. E va bene. Vedo che traete profitto dal mio consiglio e sfruttate al massimo il vostro

tempo, osservando attentamente i luoghi,

saziando i vostri occhi

Coi monumenti, e con le cose illustri

Che più rendon famosa la città.

Chiedo scusa. Dimenticavo che Shakespeare non fiorirà che tra millesettecento anni. Ma

l'aspetto di Epidafne non mi autorizza forse a definirla grottesca?

«È ben fortificata; e, da questo punto di vista, non deve meno alla natura che all'arte».

Verissimo.

«Vi sono, in numero prodigioso, imponenti palazzi».

Proprio così.

«E i molti templi, sontuosi, magnifici, possono ben reggere il paragone con i più celebrati

monumenti dell'antichità».

Tutto ciò devo ammetterlo. E tuttavia c'è un'infinità di capanne di fango e di sordide

stamberghe. Non possiamo non notare, in ogni abituro, l'ammassarsi dei rifiuti e, non fosse per il

dominante aroma dell'idolatra incenso, senza dubbio avvertiremmo un tanfo intollerabile. Avete mai

visto strade così insopportabilmente anguste, o case così miracolosamente alte? Come s'allungan

tetre le loro ombre al suolo! Per fortuna le lampade oscillanti di quei portici interminabili vengono

tenute accese per tutto il giorno; altrimenti qui avremmo le tenebre d'Egitto al tempo delle piaghe.

«È certo un luogo strano! Ma che significa quel bizzarro edificio laggiù? Vedete, torreggia

su tutti gli altri, e sta a oriente di quello che ritengo sia la reggia!».

Quello? È il nuovo Tempio del Sole, adorato in Siria sotto il titolo di Elah Gabalah. Più tardi

un famigerato imperatore romano ne introdurrà il culto a Roma, e da esso deriverà il proprio nome,

Eliogabalo. Son certo che vi piacerebbe dare un'occhiata alla divinità del tempio. No, non occorre

guardiate ai cieli; Sua Solarità non è lì, almeno non la Solarità adorata dai siriani. Quella divinità la

troverete all'interno dell'edificio laggiù. È venerata in immagine di una gran colonna di pietra,

culminante in un cono o piramide, che sta a significare il Fuoco.

«Ascoltate! Guardate! Chi mai saranno quegli esseri grotteschi che, seminudi, le facce

dipinte, urlano e gesticolano alla plebaglia?».

Alcuni - pochi però - sono saltimbanchi. Gli altri appartengono più precisamente alla razza

dei filosofi. Ma la maggior parte, specie quelli che fan piovere randellate su quella folla, sono i più

alti dignitari del Palazzo, che eseguono, come son tenuti, qualche esimia buffonata di ispirazione

regale.

«Ma cos'è quest'altro? Cieli! La città brulica di bestie feroci! Quale terribile spettacolo! E

quale pericolosa eccentricità!».

Terribile, sì, se volete; ma per nulla pericolosa. Ciascun animale, se vi date la pena di

osservare, segue tranquillamente le orme del suo padrone. Alcuni, è vero, sono tenuti al guinzaglio,

con una corda legata intorno al collo, ma si tratta soprattutto delle razze inferiori e più timide. Il

leone, la tigre e il leopardo godono della libertà più completa. Sono stati addestrati agevolmente alla

loro attuale professione, e accompagnano i rispettivi proprietari in qualità di valets de chambre. È

vero, vi sono circostanze, a volte, in cui la Natura riafferma il suo violato dominio, ma un milite

divorato o un toro sacro sgozzato sono casi di troppo poco momento perché ad Epidafne si dedichi

loro più di un fuggevole accenno.

«Ma quale straordinario tumulto odo ora? Direi che è un rumore molto forte, anche per

Antiochia! Fa pensare a qualche evento di inusitato interesse».

Sì, non c'è dubbio. Il re ha ordinato qualche spettacolo mai visto: una esibizione di gladiatori

all'ippodromo - o forse il massacro dei prigionieri sciti - o l'incendio del suo nuovo palazzo - o la

demolizione di uno splendido tempio - o, anche, un falò di ebrei. Il frastuono aumenta. Scoppi di

risa salgono al cielo. Stridon nell'aria suoni discordi di strumenti a fiato, orridamente echeggia il

clamore di un milione di gole. Scendiamo, tanto per divertirci un poco, e vediamo cosa sta

succedendo. Per di qua - piano, mi raccomando. Ci troviamo qui nella strada principale, detta strada

di Timarco. Un mare di gente viene da questa parte, avremo qualche difficoltà a risalire la corrente.

Si riversano per il viale degli Eraclidi che parte proprio dal Palazzo: quindi il re è quasi certamente

in mezzo alla folla scatenata. Sì, odo il grido dell'araldo che nel pomposo linguaggio d'Oriente ne

proclama l'arrivo. Potremo vederlo di sfuggita, mentre passa accanto al tempio di Ashimah.

Acquattiamoci nel vestibolo del santuario; tra breve sarà qui. Ma intanto guardiamo questa

immagine. Che è mai? Oh, è il dio Ashimah in persona. Noterete che non è né un agnello né una

capra né un satiro; né somiglia poi molto al Pan degli Arcadi. Eppure tutte queste somiglianze con

l'Ashimah dei siriani sono state riscontrate - scusatemi, dovevo dire saranno riscontrate - dai dotti

delle età future. Mettetevi gli occhiali, e ditemi un po' che cos'è. Allora, che cos'è?

«Oddio! È una scimmia!».

Esatto, un babbuino; ciò non toglie però che sia una divinità. Il suo nome deriva dal greco

Simia - che sciocchi, gli archeologi! Ma guardate! guardate!... E quel monelluccio cencioso che

sgambetta laggiù, dove starà correndo? Che va strillando? Che dice? Ah, dice che arriva il re in

trionfo; che veste le sue vesti solenni; che ha appena finito di mettere a morte, con le sue stesse

mani, mille prigionieri israeliti in catene! Per questa impresa il piccolo straccione lo leva alle stelle.

Udite! Ecco arrivare una folla di non diverso aspetto. Hanno fatto un inno latino sul valore del re, e

lo cantano mentre avanzano marciando:

Mille, mille, mille,

Mille, mille, mille,

Decollavimus, unus homo!

Mille, mille, mille, mille, decollavimus!

Mille, mille, mille!

Vivat qui mille mille occidit!

Tantuni vini habet nemo

Quantum sanguinis effudit!

Che può essere così parafrasato:

Mille, mille, mille,

Mille, mille, mille,

Con un solo guerriero, noi abbiam trucidato!

Mille, mille, mille, mille,

Cantate mille ancora e ancora!

Urrà! - cantiamo

Lunga vita al nostro re,

Che così bene ne ha abbattuti mille!

Urrà! Gridiamo a squarciagola,

Egli ci ha dato più copiosi

Galloni di rosso sangue

Di tutto il vino che la Siria dona!

«Udite questi squilli di tromba?».

Sì, il re sta arrivando. Vedete? Il popolo l'ammira fremente d'ammirazione, e reverente leva

gli occhi al cielo! Egli viene! È qui!

«Chi? Dove? Il re? Io non lo vedo. Vi giuro che non lo vedo».

Ma allora siete cieco.

«È possibile. E tuttavia vedo solo una tumultuosa folla di idioti e di pazzi che s'affannano a

prostrarsi davanti a un gigantesco cameleopardo e cercano di deporre un bacio sugli zoccoli

dell'animale. Ecco! La bestia ha appena scalciato uno della marmaglia, un altro, un altro, un altro

ancora. Davvero, non posso fare a meno di ammirare l'animale per l'uso eccellente che fa dei suoi

piedi».

Marmaglia, avete detto? Ma questi sono i nobili, i liberi cittadini di Epidafne! Bestia, avete

detto? Attento a non farvi sentire. Non vi accorgete che quell'animale ha un volto d'uomo? Già, mio

caro signore, quel cameleopardo altri non è che Antioco Epifane, l'illustre Antioco, re di Siria, il più

potente di tutti gli autocrati d'Oriente! Vero che talora gli danno il titolo di Antioco Epimane,

Antioco il folle, ma questo succede perché non tutti apprezzano i suoi meriti: non ne sono

all'altezza. Quel che è certo è che al momento si è cacciato nella pelle una bestia e fa del suo meglio

per recitare la parte del cameleopardo; ma questo lo fa per meglio sostenere la sua regale dignità.

Inoltre, il monarca è di statura gigantesca, e perciò la sua veste non è sconveniente né

sovrabbondante. Possiamo, comunque, presumere che non l'avrebbe adottata, se non si fosse trattato

di un'occasione particolarmente solenne. E, ne converrete, tale è il massacro di mille ebrei. Con

quale suprema dignità il monarca incede sulle quattro zampe! La coda, come noterete, è sorretta

dalle sue principali concubine, Ellinë e Argelaïs; tutto il suo aspetto sarebbe indicibilmente

maestoso, non fosse per quegli occhi sporgenti, che certo gli salteranno fuori della testa, e per il

bizzarro colore della faccia, divenuto semplicemente inclassificabile a causa della gran quantità di

vino che ha tracannato. Seguiamolo fino all'Ippodromo, dove è diretto, e ascoltiamo il canto

trionfale, cui ora dà inizio:

Chi è re se non l'Epifane?

Ditemi - lo sapete?

Chi è re se non l'Epifane?

Bra-vo! Bra-vo!

Nessuno c'è, se non l'Epifane,

No, non ce n'è nessuno;

Dunque abbattete i templi,

E spegnetemi il sole!

Ben cantato, e con che forza! La plebe lo saluta «Principe dei poeti», nonché «Gloria

dell'Oriente», «Diletto dell'Universo», e anche «il più nobile dei cameleopardi». Hanno chiesto il

bis del suo exploit canoro, e - sentite? - si è rimesso a cantare. Quando arriverà all'Ippodromo, verrà

cinto della corona poetica, preludio alla sua vittoria negli imminenti giochi olimpici.

«Ma, che Giove mi protegga! Cosa succede nella folla alle nostre spalle?».

Alle nostre spalle, avete detto? Oh! Ah! - vedo, vedo. Amico mio, mi avete parlato giusto in

tempo. Mettiamoci al sicuro, immediatamente. Ecco! Nascondiamoci sotto l'arco di questo

acquedotto, e vi svelerò subito l'origine del tumulto. È successo quel che prevedevo. L'aspetto

singolare del cameleopardo con testa umana sembra abbia recato offesa al concetto di decoro cui

generalmente si attengono le belve addomesticate della città. Ne è nato un ammutinamento; e, come

di solito avviene in questi casi, tutti gli sforzi umani non varranno a placare la folla. Parecchi siriani

sono già stati divorati; ma sembra che i patrioti a quattro zampe abbiano deciso all'unanimità di

mangiarsi il cameleopardo. Pertanto il «Principe dei poeti», ritto sulle gambe posteriori, corre per

salvarsi la pelle. I cortigiani l'hanno piantato in asso, e le concubine hanno seguito un così nobile

esempio. «Diletto dell'Universo», sei davvero nel guai! «Gloria dell'Oriente», corri il rischio di finir

masticato! Non guardarti pietosamente la coda; senza dubbio verrà trascinata nel fango, non c'è

rimedio. Dunque non guardarti all'indietro, non assistere alla sua inevitabile degradazione; fatti

animo, piuttosto! Forza con le gambe, fila verso l'Ippodromo! Ricorda che sei Antioco Epifane,

Antioco l'Illustre! E anche «Principe dei poeti», «Gloria dell'Oriente», «Diletto dell'Universo»,

nonché «il più nobile dei cameleopardi!». Cielo, di quale prodigiosa velocità dai prova! Eh, le tue

gambe sono una garanzia di successo! Corri, Principe! Bravo, Epifane! Ben fatto, Cameleopardo!

Antioco glorioso! Corre! - Balza! - Vola! Come una freccia scagliata da catapulta, s'approssima

all'Ippodromo! Fa un altro balzo! Grida! È arrivato! E ti è andata bene; perché se tu, o «Gloria

dell'Oriente», avessi tardato di mezzo secondo a raggiungere i cancelli dell'anfiteatro, non ci

sarebbe stato un solo orsacchiotto in Epidafne che non avrebbe dato un morso alla tua carcassa.

Allontaniamoci, partiamo! Altrimenti scopriremo che i nostri sensibilissimi orecchi di moderni non

possono tollerare il vasto tumulto che ora si scatenerà per celebrare il salvamento del sovrano.

Ascoltate! È già cominciato. Guardate! Tutta la città è sottosopra.

«Certo questa è la più popolosa città d'Oriente! Quale foresta umana! Quale confusione di

classi e generazioni! Quale molteplicità di sette e nazioni! E che varietà di costumi! Che babele di

lingue! Che urlio di bestie! Che frastuono di strumenti! E che mucchio di filosofi!».

Su, andiamocene!

«Un momento! Vedo un grande scompiglio dentro l'Ippodromo. Che significa, prego?».

Quello? - Oh, niente! I nobili e liberi cittadini di Epidafne essendo, come dichiarano, più che

persuasi della lealtà, del valore, della saggezza e della divinità del loro sovrano, ed essendo inoltre

testimoni della sua recente prova di sovrumana agilità, ritengono sia nient'altro che loro dovere

cingerne la fronte, oltre che della corona poetica, della ghirlanda della vittoria nella corsa a piedi:

ghirlanda che, è evidente, non potrà non conquistare alla celebrazione della prossima olimpiade, e

che, pertanto, gli viene oggi aggiudicata in anticipo.

 

 

 

DECADENZA E CADUTA DI UN «LION»

E tutti camminavano

in folle stupore sulle dieci

dita dei piedi.

Satire del vescovo Hall

Io sono - cioè, ero - un grand'uomo: ma non sono né l'autore che si firmava «Junius», né la

Maschera di Ferro; poiché il mio nome è, credo, Robert Jones, e sono nato da qualche parte nella

città di Bagóngoli.

Prima azione della mia vita fu quella di prendermi per il naso con tutt'e due le mani. Mia

madre se ne avvide e mi chiamò genio; mio padre pianse dalla gioia e mi fece dono di un Trattato di

Nasologia. Portavo ancora la sottanina, e già lo sapevo a mente.

Cominciai a tastare il terreno in quella scienza, e presto capii che, purché un uomo abbia

naso abbastanza cospicuo, basta che gli tenga dietro, e potrà conseguire lo status di lion, di una

Celebrità. Ma la mia attenzione non si limitava alle mere teorie. Ogni mattina davo un paio di

strattoni alla mia proboscide, e mi facevo una mezza dozzina di cicchetti.

Quando fui maggiorenne, mio padre mi pregò un giorno di seguirlo nel suo studio.

«Figlio mio», disse, quando ci fummo seduti, «qual è lo scopo primo della tua esistenza?».

«Padre», risposi, «è lo studio della Nasologia».

«E cos'è mai, Robert», indagò, «questa Nasologia?».

«Signore», dissi, «è la Scienza dei Nasi».

«E mi sai dire», chiese, «qual è il significato di naso?».

«Un naso, padre mio», risposi alquanto intenerito. «È stato variamente definito da forse

mille autori diversi». (A questo punto tirai fuori l'orologio). «Ora è mezzogiorno, più o meno: di qui

a mezzanotte, avremo tempo di esaminarli tutti quanti. Dunque, per cominciare: il naso, secondo

Bartolino, è quella protuberanza, quel ponfo, quell'escrescenza, che...».

«Basta così, Robert», m'interruppe il mio vecchio genitore. «Davanti alla vastità della tua

dottrina son come fulminato - davvero - sull'anima mia». (Qui chiuse gli occhi e si posò la mano sul

cuore). «Vieni qui!». A questo punto mi prese per il braccio. «La tua educazione può ora

considerarsi conclusa. È tempo che tu cominci ad arrangiarti da te, e davvero non puoi far nulla di

meglio che andar dietro al tuo naso: così-così-così...». E a calci mi buttò giù per le scale, fin nella

strada. «Fuori di casa mia, e Dio ti benedica!».

Poiché sentivo dentro di me il divino afflatus, giudicai l'incidente di buon augurio: non già il

contrario. Risolsi di seguire la guida del consiglio paterno. Stabilii di andar dietro al mio naso. Gli

diedi immediatamente un paio di strattoni, e subito dopo scrissi un pamphlet sulla Nasologia.

Tutta Bagóngoli era sottosopra.

«Genio mirabile!», disse il «Quarterly».

«Fisiologo superbo!», disse il «Westminster».

«Tipo in gamba!», disse il «Foreign».

«Bello scrittore!», disse l'«Edinburgh».

«Pensatore profondo!», disse il «Dublin».

«Grand'uomo!», disse «Bentley».

«Anima divina!», disse il «Fraser».

«Uno dei nostri!», disse il «Blackwood».

«Chi sarà mai?», disse Mrs. Bas-Bleu.

«Che cosa sarà mai?», disse Miss Bas-Bleu (la grande).

«Dove sarà mai?», disse Miss Bas-Bleu (la piccola).

Ma a tutti costoro non prestai alcuna attenzione. Entrai invece nello studio di un artista.

La Duchessa di Oddioddío posava per un ritratto; il Marchese di Così così badava al

barboncino della Duchessa; il Conte di Questequello si trastullava con i sali aromatici della dama; e

Sua Altezza Reale la Principessa Pisello stava abbandonata contro lo schienale della sedia.

Mi avvicinai all'artista e tirai in su il naso.

«Oh, bello!», sospirò Sua Grazia.

«Pelò!!!», bisbigliò il Marchese, un po' bleso.

«Oh, scioccante!», gemette il Conte.

«Abominevole!», ringhiò Sua Altezza Reale.

«Per questo quanto chiedete?», domandò l'artista.

«Per il suo naso!», urlò la dama.

«Mille sterline», dissi io, mettendomi a sedere.

«Mille sterline?», chiese l'artista, pensoso.

«Mille sterline», dissi io.

«Bello!», disse lui, rapito.

«Mille sterline», dissi io.

«E dite che è garantito?», chiese, girando il naso alla luce.

«Garantito», dissi io, soffiandomelo ben bene.

«Ma è proprio originale?», chiese, toccandolo con reverenza. «Uffa!», feci io, storcendolo

da un lato.

«Non ne è stata fatta nessuna copia?», interrogò, esaminandolo al microscopio.

«Nessuna», dissi io, tirandolo in su.

«Mirabile!», esclamò, preso alla sprovvista dalla bellezza della manovra.

«Mille sterline», dissi io.

«Mille sterline?», disse lui.

«Precisamente», dissi io.

«Mille sterline?», disse lui.

«Esattamente», dissi io.

«Le avrete», disse lui. «Quale Opera d'Arte!». Così mi firmò immediatamente un assegno, e

fece uno schizzo del mio naso. Io presi un alloggio in Jermyn Street, e spedii a Sua Maestà la

novantanovesima edizione di Nasologia, con una riproduzione della tromba. Quell'incorreggibile

scapestratello del Principe di Galles mi invitò a pranzo.

Eravamo tutti lions e recherchés.

C'era un platonista moderno. Citava Porfirio, Giamblico, Plotino, Proclo, Ierocle, Massimo

Tirio e Siriano.

C'era uno specialista in perfettibilità umana. Citava Turgot, Price, Priestley, Condorcet, De

Staël, e l'«Ambizioso Specialista in Cattiva Salute».

C'era Sir Paradosso Positivo. Osservò che tutti i pazzi erano filosofi, e che tutti i filosofi

erano pazzi.

C'era Aestheticus Ethix. Parlò del fuoco, dell'unità, degli atomi, dell'anima bipartita e

preesistente; della forma e delle non forme; dell'intelligenprimitiva e dell'omeomeria.

C'era Theologos Theology. Parlò amabilmente di Eusebio e di Arriano; dell'Eresia e del

Concilio di Nicea; del puseismo e della consustanzialità; di omousia e omoiusia.

C'era Fricassée del Rocher de Cancale. Menzionò: Muriton di lingua rossa; cavolfiore à la

sauce veloutée; vitello à la St-Menehoult; marinade à la St-Florentin; e gelatine d'arancio en

mosaïques.

C'era Bibulus O'Bumper Deflask. Costui citò Latour e Markbrünnen; Mousseux e

Chambertin; Richbourg e St-George; Haubrion, Leonville e Medoc; Barac e Preignac, Grâve,

Sauterne, Lafitte, e St- Pérai. Al Clos de Vougeout scrollò il capo e, a occhi chiusi, spiegò la

differenza tra Sherry e Amontillado.

C'era il Signor Tintontintino di Firenze. Trattò di Cimabue, del cavalier d'Arpino, del

Carpaccio e di Argostino; del tenebroso caravaggesco, dell'amenità dell'Albani, dei colori di

Tiziano, delle donne (anzi, le Vrouwen) di Rubens, dell'estrosità di Jan Steen.

C'era il Magnifico Rettore dell'Università di Bagóngoli. Era del parere che la luna fosse

chiamata Bendis in Tracia, Bubastis in Egitto, Diana a Roma, e Artemide in Grecia.

C'era il Gran Turco di Istanbul. Non poteva fare a meno di credere che gli angeli erano

cavalli, galli, torelli; che nel sesto cielo ci stava qualcuno che aveva settantamila teste; e che la terra

era tenuta su da una mucca azzurro cielo con un numero incalcolabile di corna verdi.

C'era Delfino Poliglotta. Ci raccontò che fine avevano fatto le ottantatré tragedie perdute di

Eschilo; e le cinquantaquattro orazioni di Iseo; e i trecentonovantun discorsi di Lisia; e i centottanta

trattati di Teofrasto; e l'ottavo libro sulle sezioni coniche di Apollonio; e gli inni e i ditirambi di

Pindaro; e le quarantacinque tragedie di Omero Junior.

C'era Ferdinand Fitz-Fossillus Feldspat. Ci erudì tutti sui fuochi interni e le formazioni del

terziario; i corpi aeriformi, fluidiformi, e solidiformi; il quarzo e la marna; il scisto e la sciorlite; il

talco e il calcare; la blenda e la pechblenda; la mica e la puddinga; la cianite e la lepidolite; l'ematite

e la tremolite; l'antimonio e il calcedonio; il manganese, e va' un po' a quel paese.

C'ero io. E parlai di me, di me, di me; e della Nasologia, e del mio pamphlet, e poi ancora di

me. Tirai il naso in su, e parlai di me.

«Mirabile intelligenza!», disse il Principe.

«Superbo!», dissero i suoi ospiti. E la mattina dopo, Sua Grazia la Duchessa di Oddioddío

venne a farmi visita.

«Graziosa creatura, ci andrete al gran ballo di Almack?», disse, dandomi un buffetto sotto il

mento.

«Sul mio onore», dissi io.

«Naso e tutto?», chiese.

«Come è vero che son vivo», risposi.

«Eccovi un biglietto d'invito, vita mia. Dirò dunque che ci sarete.

«Cara Duchessa, con tutto il cuore».

«Uffa, no! Ma con tutto il naso?».

«Tutto tutto tutto, amor mio!», dissi. E così gli detti un paio di tiratine, e mi trovai ad

Almack.

Le sale erano affollate: si soffocava.

«Eccolo! Viene!», disse qualcuno sulle scale.

«Eccolo! Viene!», disse qualcuno un po' più in su.

«Eccolo! Viene!», disse qualcuno, ancora più in su.

«Eccolo! È venuto!», esclamò la Duchessa. «È venuto, il mio amoruccio!». E, afferratomi

con entrambe le mani e tenendomi stretto, mi baciò sul naso, tre volte.

La cosa suscitò un'immediata, viva emozione.

«Diavolo!», esclamò il Conte Capricornutti.

«Dios guarda», borbottò Don Stiletto.

«Mille tonnerres!», proruppe il Principe di Grenouille.

«Tousand teufel!», ruggì l'Elettore di Bluddennuff.

Intollerabile. Mi arrabbiai. Mi volsi di colpo verso Bluddennuff. «Signore», gli dissi, «siete

un babbuino».

Una pausa.

«Signore», rispose, «Donner und Blitzen!».

Era proprio quel che volevo. Ci scambiammo i biglietti di visita. La mattina dopo, a Chalk-

Farm, con un colpo di pistola gli portai via il naso. Poi andai a trovare i miei amici.

«Bête!», disse il primo.

«Pazzo!», disse il secondo.

«Tonto!», disse il terzo.

«Somaro!», disse il quarto.

«Idiota!», disse il quinto.

«Testa di rapa!», disse il sesto.

«Fuori dai piedi!», disse il settimo.

Restai mortificato, e così andai a trovare mio padre.

«Padre», chiesi, «qual è lo scopo primo della mia esistenza?». «Figlio mio», rispose, «è

sempre lo studio della Nasologia; ma colpendo l'Elettore al naso, hai oltrepassato il segno. Tu hai

un bel naso, è vero; ma adesso Bluddennuff non ce ne ha più, di naso. Tu sei caduto in disgrazia, e

lui è diventato l'eroe del giorno. Ti concedo che a Bangóngoli la grandezza di un lion è

proporzionata alle dimensioni della sua proboscide; ma, santo Cielo! non è possibile competere con

un lion che di proboscide non ne ha».

 

 

 

 

OMBRA (UNA PARABOLA)

Sebbene io proceda per la valle dell'Ombra.

Salmo di Davide

Voi che leggete siete ancora tra i vivi; ma io che scrivo sarò partito, da tempo, per la regione

delle ombre. Dacché strane cose, invero, accadranno, segrete cose saranno svelate, ma innanzi che

gli uomini ne acquistino la vista trascorreranno i secoli. E quando le avran viste, molti non

crederanno e altri le porranno in dubbio e soltanto alcuni troveranno di che meditare sulle cifre che

io qui incido con uno stilo di ferro.

L'anno era stato posseduto dal terrore e da sentimenti anche più intensi che non il terrore, per

i quali non c'è nome sulla terra. Imperocché molti prodigiosi accadimenti s'erano dati e molti segni

erano stati scorti; e ampie sulla terra e sul mare s'erano distese le negre ali della Pestilenza. Coloro

che sapevano leggere negli astri, avevano trovato che i cieli erano forieri di sventura, nel loro

aspetto maligno, ed io, il greco Oinos, tra gli altri, vedevo bene come fossimo pervenuti a quel

settecentonovantaquattresimo anno nel quale, all'entrar dell'ariete, il pianeta Giove si congiunge col

roggio anello del terribile Saturno. Il bizzarro spirito dei cieli, s'io non m'inganno, si manifestava,

non soltanto nell'orbe fisico della terra; nelle anime, bensì, nelle fantasie e nelle meditazioni degli

uomini.

Noi sedevamo, a notte, entro le mura d'una nobile sala nella lugubre città chiamata

Tolemaide: eravamo sette e stavamo chini in cerchio su alcune grandi ampolle di vino di Chio. E la

nostra sala non aveva ingresso se non da un'alta porta di bronzo, e la porta era opera dell'artefice

Corinnos ed era opera di rara fattura; essa si serrava, pertanto, dall'interno. Negri cortinaggi nella

tenebrosa aula coprivano la luna ai nostri sguardi e le lugubri stelle in una con essa, e ancora le vie

deserte... ma il presentimento e il ricordo del Male non erano in tal modo esclusi. E v'eran cose, a

noi d'attorno, delle quali io non posso dar conto esatto... ed esse erano materiali e anche spirituali...

una cotale pesantezza nell'aria... un senso di soffocazione... un'ansia... e, sopra tutto, quella terribile

condizione dello spirito che le persone ammalate di nervi provano allorché i loro sensi sono

acutamente desti e vigili e le facoltà, per contro, del pensiero, torpide. Una invincibile pesantezza

gravava nell'atmosfera attorno a noi. Essa gravava sulle membra nostre... sui mobili della casa...

sulle tazze cui attingevamo per bere... ed ogni cosa era depressa e abbattuta per quella... ogni cosa,

eccetto le sette fiammelle delle sette lampade che illuminavano il nostro festino. Quelle esili larve di

luce si levavano alte e ardevano pallide e immote; e nello specchio che aveva creato il loro lume al

di sopra della tavola d'ebano, rotonda, attorno alla quale eravamo adunati, ognuno di noi mirava il

proprio volto sbiancato e l'inquieto folgorar degli occhi bassi dei suoi compagni. E ridevamo,

tuttavia, e a nostro modo eravamo in allegria... una sorta d'isterismo: e cantavamo i canti di

Anacreonte... che sono espressioni, per l'appunto, di follia: e bevevamo anche molto... sebbene il

purpureo vino dovesse rammentarci il sangue. E v'era nella nostra aula un altro ospite, nella persona

del giovane Zoilo. Stecchito, egli giaceva lungo disteso, avvolto nel suo sudario. Egli era insieme il

dèmone ed il genio della scena. Egli non arrecava, ahimè, alcun contributo alla nostra allegrezza,

ma il suo viso, distorto dalla peste, e gli occhi suoi, dei quali la Morte avea spento solo a mezzo il

fuoco del morbo pestilenziale, pareano prender, per noi ch'eravamo d'attorno a ridere, l'interesse che

i morti posson, forse, prendere per l'allegria di coloro che stan per morire. Epperò io, Oinos, sentivo

che lo sguardo del defunto era fissato su di me e nondimeno facevo ogni sforzo per non sentire

l'amarezza di quella espressione e, col mio sguardo fisso alle profondità dello specchio d'ebano,

m'abbandonavo, con voce sonora, a riandare i canti del figlio di Teios. Ma a poco a poco quel canti

cessarono e quei loro echi, correndo lungi tra i negri cortinaggi dell'aula, s'affievolirono, persero il

timbro e poi svanirono del tutto. Ed ecco! Di fra quei negri cortinaggi dove andavano a morire i

suoni di quei canti, uscì una oscura ombra e indistinta... un'ombra simile a quella che la luna forma

della figura d'un uomo quand'essa è bassa nel cielo; ma essa non era l'ombra d'un uomo, e neppure

l'ombra d'un Dio, né d'alcuna cosa familiare. Tremolando alquanto tra i cortinaggi dell'aula essa

venne a stare, alfine, in piena vista, sulla superficie della porta di bronzo. E l'ombra era vaga e

indistinta e informe, e non era l'ombra d'un uomo e neppure d'un Dio... né d'un Dio della Grecia, né

d'un Dio di Caldea e neppure d'un Dio d'Egitto. E l'ombra s'arrestò sulla soglia di bronzo, e sotto

l'architrave della porta, e stette immota e non disse verbo ma s'affissò e colà rimase. E la porta sulla

quale s'era posata l'ombra, s'io ben rammento, era proprio dinanzi ai piedi del giovane Zoilo avvolto

nel sudario. Ma noi - i sette - colà adunati, come vedemmo l'ombra uscirsene di tra i cortinaggi, non

osammo guardarla fissa, ma abbassammo gli occhi e ci ostinammo nello specchio d'ebano. Io

soltanto, il greco Oinos, trovai il coraggio, infine, di bisbigliare talune parole e richiesi l'ombra

donde venisse e a quale nome rispondesse. E l'ombra disse allora:

«Io sono OMBRA, ed ho la mia dimora accanto alle catacombe di Tolemaide, affatto vicina

ai foschi campi di Helusione che si stendono lungo il sozzo canale Acheronteo».

Ed allora noi, i sette, scattammo dai nostri seggi compresi d'orrore e ristemmo tremanti e

atterriti, da che il tuono della voce dell'ombra non era il tuono della voce d'alcun essere; d'una

moltitudine, bensì, di esseri e cangiando, da sillaba a sillaba, le cadenze, essa giungeva

misteriosamente al nostro orecchio, con gli accenti familiari e ben noti di mille e mille amici

scomparsi.

 

 

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